Contenuto principale

I LUNELLI

 


I LUNELLI…

UNA DINASTIA CON LA VOCAZIONE DEL VINO

Non vino qualunque, naturalmente, giacché ne dà il giusto ‘ritratto’
l‘introduzione del portale Ferrari in rete.

Per  avere un'idea su questa splendida Storia di una Famiglia basta leggere i tre paragrafi, la mia prefazione e alcuni brani della storia tratta dal volume: “LO SPUMANTE DEL SECOLO” (I primi cent’anni del Ferrari)

“Il mito Ferrari nasce da un uomo, Giulio Ferrari e dal suo sogno di creare in Italia un vino ispirato al migliore Champagne di Francia. Enologo capace e rigoroso, già allievo della prestigiosa Scuola di Viticoltura di Montpellier, nel 1902 Giulio diede il la all’opera Ferrari: poche, selezionatissime bottiglie dal costo proibitivo, ma che tuttavia non bastavano mai a soddisfare le richieste degli estimatori. Nel 1952 Bruno Lunelli, titolare della mescita di vini più conosciuta di Trento, rilevò la Ferrari da Giulio, che continuò a lavorare in cantina fino alla sua morte. Grazie a un lavoro minuzioso in cantina, combinato con l’innato piglio imprenditoriale, Bruno Lunelli incrementò la produzione fino a centomila bottiglie l’anno.

Nei decenni a seguire i figli di Bruno Lunelli: Gino,  Franco e Mauro, condur- ranno l’azienda che produce esclusivamente Metodo Classico, all’apice della qualità e della notorietà. In una parola: dell’eccellenza.”

Ieri come oggi, il marchio Ferrari è reso vivo e attuale dalla famiglia Lunelli, giunta ora alla terza generazione che guida l’azienda valorizzando il passato, ma avendo ben chiara la road map del domani e rinnovando il prestigio della prima e più importante casa di Metodo Classico d’Italia e fra le prime dieci al mondo. Mantenendo orgogliosamente la fisionomia di azienda familiare, i Lunelli hanno saputo confrontarsi con il mercato attraverso strategie imprenditoriali che hanno fatto di Ferrari più di un brand di successo, un autentico mito internazionale nel campo dei prodotti di eccellenza del Made in Italy.

***

La famiglia Lunelli ha voluto, a partire dagli anni Ottanta, affiancare al Ferrari altre produzioni che ne condividessero i valori di fondo – altissima qualità, ricercatezza e forte legame con il proprio territorio – per costituire quello che è oggi un gruppo dell’eccellenza del bere.
Il gruppo Lunelli vede quindi a fianco del Ferrari un’acqua leggera ed esclusiva come Surgiva, un marchio storico della grappa come Segnana, i vini trentini Lunelli, i toscani della Tenuta Podernovo e gli umbri della Tenuta Castelbuono e locanda Margon, un luogo di eccellenza e  sperimentazioni per innovativi abbinamenti con le bollicine.

***

EDITORIALE... COME PREFAZIONE

By Aldo Quinto Lazzari

Li ho conosciuti, tutti o quasi, alcuni all'inizio, solo di sfuggita, in un segmento di tempo di circa 40 anni a partire dalla metà degli anni '50, i protagonisti di questa Storia che tento di tracciare per dare testi- monianza scritta della mia am- mirazione per una Famiglia trentina che con l'andare dei fogli del calendario, a partire dal 1952, per merito di Bruno Lunelli, il Patriarca, hanno immaginato un 'sogno' che non sarebbe rimasto tale tanto che la realtà ha regalato al Made in Italy un solco profondo e indelebile di successi nelle pagine di storia, con riferimento alla nostra cultura di lontani discendenti degli Enotri.
(Nella foto, AQL osserva nella Cantina di Ravina, alcune storiche bottiglie di Ferrari)
E per voi tutti, lettori dell'Os-servatorio, è talmente scontato, tanto che immaginerete che intendo dire che dal vocabolo greco 'oinos' s'intendeva più che un riferimento ad un popolo era riferito ad un determinato territorio con tanti vigneti, generosi di uve dalle quali trarre vini che sarrebbero stati celebrati dagli antichi autori. Il Trentino poteva essere tagliato fuori secondo Aristotele, e secondo tutti quelli che si limitavano a disegnare idealmente i confini di 'Enotrio, alle estreme propaggini del continente europeo.

Ma se c'è una zona che ha permesso di produrre un vino, e un marchio che hanno sovvertito l'ordine delle classifiche e dei positivi giudizi, è proprio il Trentino che ormai, da più di
qualche stagione 'signoreggia', vantandosi, giustamente, di ospitare alcune vigne e una prestigiosa cantina i cui frutti sono considerati primi tra i primissimi al mondo.
(A lato uno scorcio della Cantina Ferrari di Ravina)
Chi lo avrebbe detto che gli ame- ricani (
intendo statunitensi) di alcuni decenni fa, si sarebbero dovuti ricredere sulla qualità dei nostri vini, giacché molti - anche se erano una minoranza incolta - come luogo comune credevano che fossero un po' simili al rosso vinello definito "Italian Coca Cola"

Ormai la realtà Lunelli-Ferrari, è nel Parnaso della gloria, non trascinata al successo dalla omonimia, ma dalla superiore eccellenza delle nostre dorate, intriganti Bollicine, siglate Ferrari-Lunelli. Se ne sono accorti anche i francesi, che gelosi vantano qualche secolo di storia, in fatto di Champagne e altri vini fermi.

***

Ora per cercare di scrivere sui Lunelli (quelli del Ferrari...s'intende), non si può tracciare freddamente solo la cronaca, ricordando date e avvenimenti con precisione (ma noi faremo anche questo per esigenze professionali) poiché bisogna partire dall'intrecciata avventura che ha avuto per protagonisti Giulio Ferrari e Bruno Lunelli che definisco il  Patriarca. Si deve a Lui la messa in opera della prima pietra di quello che oggi si può definire un’affascinante storia economica, tecnica, culturale, professionale, e in pratica il miracolo che  ha fatto assurgere il frutto dell’impresa al ruolo di 'spumante del secolo'  come titola il volume che ricorda i cento anni della storia del Ferrari, che i Lunelli (tutte le tre generazioni) hanno imposto nell'universale mondo degli esigenti consumatori che parlano lingue diverse, ma hanno la stessa passione ed anche un sentimento di riconoscenza che li fa diventare fedelissimi di queste bollici- ne nobili…e nobilitanti.


Eccole le due generazioni (la seconda e la terza) che in sintonia stappano
ai tantissimi successi - da sin. Gino, Franco,Mauro, Matteo, Marcello e Camilla

Ci rifaremo in gran parte al già scritto - riferito al Volume “LO SPUMANTE DEL SECOLO” I primi cent’anni del Ferrari - per evitare discordanze tra le date e i fatti, che nel volume sono precise e puntuali, in sintonia con gli accadimenti che sono tratteggiati dalle speranze, dal lavoro sodo, reso significativo e giustificato dai primi successi e soprattutto caratterizzato dalla personalità di un 'trentino' audace, ma soprattutto in sintonia con i suoi sogni che avevano come trama la realizzazione di un 'capolavoro' che avrebbe conquistato il successo non disconosciuto neanche pensando alle grandi, storiche e famose, 'Maison de Champagne'.


Non a caso sarà proprio durante una delle visite che alcune decine di anni fa mi ‘vedevano’ come cronista, ma anche come storico, alla scoperta dell’affascinante mondo dello Champagne, delle sue vigne, delle cantine, ma soprattutto degli uomini protagonisti delle avventure economico-produttive che continuavano la tradizione degli avi o diventavano nuovi protagonisti quando la ‘mano’ produttiva o finanziaria passava ad altri. Ricordo volentieri  ciò che mi meravigliò durante una visita ai vignaioli di alcune aree della terra di Champagne.

Infatti dopo la Bollinger, e alcune altre celebri maison della Montagna di Reims, i miei ospitanti, mi fecero conoscere, a Verzenay, un piccolissimo produttore ( Louis Hatté ) che dopo essere stato Chef vigneron di una delle più celebri 'Maison de Champagne': la Louis Roederer, lasciò vigne e Cantina in quel di Reims per creare  una sua piccola ‘Maison’ nel 1952, lo stesso anno in cui Bruno Lunelli rilevò l’azienda Ferrari, anche se il Grande Giulio volle rimanere ancora in cantina per respirare gli ‘umori’ delle sue bollicine. (Nella foto a destra: la bottiglia di Champagne degli Hatté )



Tre delle vigne dei Lunelli...nei Masi trentini

***

I due personaggi:  Bruno Lunelli e Louis Hatté come 'produtori di bollicine'  sono nati, virtualmente, nello stesso anno ( 1952 ) per realizzare il sogno di diventare protagonisti  nel settore. Uno nel cuore della terra di Champagne l'altro nel cuore del Trentino. Pur avendo tutti due lasciato il compito di continuare questa avventura agli eredi, i risultati sono stati diversi per tanti motivi.
L'Azienda che era stata avviata da Louis Hatté, pur avendo la fortuna di avere vigna e cultura  per la sua lunga esperienza con la Maison Luois Roedere che ha i crismi della qualità massima, possiamo dire predestinata al successo, essendo  'Made in Champagne', tuttavia i traguardi raggiunti dai Lunelli si possono confrontare  a
testa alta solo con alcune Maison de Champagne che hanno raggiunto e mantenuto un primato qualitativo e di immagine al più alto livello. 
Bernard Hatté (l'erede) è rimasto non certo al palo ma non raggiunge l'eccellenza della Maison Roederer, né di altre grandi Maison di quella fortunata terra da vino. Ciò sta a dimostrare che oltre alla eventuale fortuna gli eredi di Bruno Lunelli, per capacità, intuizione, e severità professionale, hanno portato in breve tempo il loro nome, e soprattutto alcune etichette, al livello più alto,  tanto da competere nel mondo con quei pochi che hanno un passato secolare glorioso e consolidato. Forse neanche i Lunelli avranno immaginato all'inizio della grande avventura, di diventare tra i primi dei primissimi nel Mondo. Senza avere il grande appeal delle vigne della Terra di Champagne  ma per patria generosa e  prodiga i masi vitati del Trentino.

Molte storie di questo genere hanno una frase che si ripete, rinnovandosi, come passione: "Di padre in figlio..o ai figli, quando la famiglia continua, sulle orme del padre, il mestiere e la tradizione’ seguendo il solco degli insegnamenti e l’arte di far cose buone ed eccellenti, portando così i frutti sognati, attesi e meritati.
Ma si sa che ogni vignaiolo, ogni cantiniere, e in genere tutti i protagonisti del settore hanno un personale carisma e soprat tutto una predestinazione che riassume le qualità potenziali che fanno la differenza.

Possiamo dirlo, con serenità, che quella di Bruno e dei suoi successori è diventata una realtà che fa sbalordire il cronista, lo storico e soprattutto chi ha potuto, anche se di sfuggita, aver avuto la fortuna di vedere, a metà circa degli anni ’50, sia Giulio Ferrari sia il Patriarca Bruno.
Mi aveva ‘costretto’ a quella visita a Trento un mio amico e compagno di squadriglia che teneva casa in quel di Rovereto, il quale, per darmi una lezione, a fronte di una mia ‘partigiana vanteria’ sul vino ‘sabino’ che tentavo di esaltare, anche se poi nel prosieguo del mio lavoro, avrei descritto i vini sabini come buoni solo per un ‘rustico boccale’ dando ragione a Plinio e al Bacci.

Dopo l’incontro con i personaggi dello Champagne Ferrari di Trento, che allora non potevo ancora ritenere protagonisti ‘storici’, ma il tempo avrebbe  spianato la strada a questa definizione parlando di Ferrari-Lunelli.
Andammo a colazione in un locale storico di Trento e il compagno-amico mi fece degustare, dopo il calice offerto nell’incontro, apprezzandolo con misura, un Ferrari che lui definì Champagne. Naturalmente così veniva definito prima dei regolamenti e delle denominazioni di Origine, regolamentate poi per disposizione di legge.
Ma è meglio così … anche perché, specie dopo il Ferrari Riserva Lunelli ( non una vanteria, come qualcuno scrive o dice, anche se non con malignità ) questa etichetta “Riserva Lunelli” fa giustizia’al merito’ per gli oltre cinquant’anni di lavoro in vigna e cantina dei Lunelli, di prima, seconda e terza generazione.


Bruno  Lunelli degusta alcune sue 'creature' vinali...lo immagino immerso in una vigna

Il tempo, il progresso, lo stile, e soprattutto l’arte e il nobile mestiere di tenere vigne e cantina, oltre che promuovere l’immagine della realtà, li ha portati ad essere tra i primi, e potrei anche dire ‘primissimi del mondo’. Potrebbe benissimo valere per loro il richiamo della nostra rubrica in VISION-OIFB: AMONG THE WORLD’S BEST”.
Per questo ( o per queste ‘bollicine’ definite per regolamento e per legge  ‘Metodo Classico’) io, un po' folle o fuori dal coro, non voglio chiamarlo spumante, preferisco chiamarlo  Ferrari Riserva Lunelli...una pietra miliare che fa ricordare che questa Famiglia trentina ha lavorato sodo, facendo assurgere il lavoro di vigna e cantina’ ad una vera arte che merita il plauso oltre che la riconoscenza dei milioni di esigenti consumatori ‘globali’ (nel senso che abitano vari luoghi del globo, salvo gli astemi, peccato per loro.

Tutti i Lunelli coinvolti in questa straordinaria impresa possono non solo vantarsene ma essere orgogliosi di aver scalato l’apogeo dell’eccellenza in fatto di bollicine e non solo. Vedi Grappa Segnana Sherry Cask, o altri vini tranquilli trentini o di fuori via, forse certamente con qualche carato in meno rispetto, ade esempio alla Riserva Lunelli o al Giulio Ferrari.
Raggiunto il punto dell’orbita, che da solo decreta i valori, pur senza  presunzione né gratuite enunciazioni di scrivani, scrittori, articolisti, o maestri del pensiero assoluto, o di qualche ‘povero cronista’, qual sono io, volendo dimenticare che fui definito  da quelli del Corriere Vinicolo decano del giornalismo specializzato, oltre essere scrittore, editore, o fondatore e direttore di testate.
Non sarò certo io, né il Portale OIFB che da sette anni è attivo in rete pur con brevi 'vacanze forzate’ di attività dirette come autore, per gravi motivi di famiglia,  né il nuovo media ‘televiso’ via rete che è VISION- OIFB che stiamo lanciando,  a poter dare anche solo una minima e impercettibile spolveratina di ulteriore fama o conoscenza a questa realtà trentina.

Ormai con Giulio Ferrari, ed ora anche con Ferrari Riserva Lunelli, gli amici trentini o meglio i loro capolavori sono nel punto massimo dell’orbita. Pertanto, per le leggi fisiche, non si potrebbe aggiungere altro, ma con la testardaggine, la bravura, e l’impegno umano degli uomini determinati e determinanti, rappresentati dalle due generazioni ancora attive, con l’ultima che è ideale per il domani futuro del Gruppo Ferrari-Lunelli, il miracolo è possibile perché è meritato, conquistato con la sacralità degli impegni e dell’innata civiltà del fare ed anche del creare.

Non se ne abbiano a male: Franco, Gino, Mauro, e i gli ardimentosi eredi che si battono alla grande, non solo per tenere ben salda la posizione acquisita ma anche  per apportare nuovo splendore e conoscenza verso nuovi target.
Dovrei scrivere così tanto e di meglio, come riconoscenza per la loro fatica e per le ‘gelose speranze’ di successi nuovi o rinnovati. Non mi resta che brindare con un calice di bollicine Riserva Lunelli, pardon: Ferrari Riserva Lunelli 2002.


(Eccola l'etichetta che, sentimentalmente, mi fa impazzire di felicità)

Ad maiora semper ‘Signori Lunelli’ eredi per discendenza naturale con il dono estetico-culturale identico a quello dei grandi ‘nobili’ della terra di Champagne. Esagerando solo un po’, nel senso delle vicinanze tra quelli e i Lunelli che son di razza semplice, quindi senza castelli aviti da mostrare, ereditati dagli avi, né vigne a perdita d’occhio prese in consegna con testamento ereditario, o da generosi lasciti, li immagino però, culturalmente parlando, simili per le cose attuali ai nobili Dampierre.
L’eccellenza dei loro Champagne con tutte o quasi le loro etichette, ormai legate, specie alcune, all’aristocrazia istituzionale, che si bea dei calici di alcune Cuvée che sono prodotte nelle colline vitate a nord-ovest di Reims. Basti pensare che sono ambite, e di casa, in tutte occasioni che le istituzioni  organizzano per i contatti e le relazioni internazionali. Altro privilegio è fornire dei loro Champagne tutte le ambasciate di Francia sparse nel mondo, oltre alla Corte di Spagna. Tutti sono orgogliosi, vantandosene, di poter offrire agli ospiti, nelle occasioni importanti, calici di Champagne firmati Comte Audoin de Dampierre.

Questo non succede, solo perché  i Dampierre, sono eredi di quei nobili di antica storia, che dal 1787  hanno scritto pagine che si fanno ricordare, ma esclusivamente per lo stile, la caratura intellettuale e soprattutto per l’eccellenza delle loro produzioni in vigna e cantina, che sono al massimo, specie con alcune prestigiose etichette ambite dai grandi estimatori del bere alto.

Dedichiamo un certo spazio ad alcune immagini per avere un'idea sui fatti, sulle persone e personaggi di ogni professione o attività, quindi cantanti, sportivi, attori, imprenditori, uomini del sapere, autorità civili, politiche e religiose, o istituzionali, di casa nostra ed anche internazionali, che tanto per dire ho brindato con Ferrari-Lunelli hanno personalmente degustato un sorso della nostra civiltà del "Bere Alto".

I LUNELLI HANNO CONQUISTATO IL MONDO NELLE RAPPRESENTANZE CHE CONTANO...O FANNO CRONACA
(Seguono solo alcune delle migliaia di immagini che ricordano alcuni eventi)


Gino Lunelli con Enzo Ferrari

Bruno Lunelli riceve da Andreotti un riconoscimento...

e di seguito avvenimenti e personaggi  facili da riconoscere


S.S. Paolo II


Margaret Thatcher e sotto Ronald Reagan


Il Presidente  Francois Mitterand

Helmut Kohl

Andy Warhol

1987 apertura a Mosca dell'Hostaria Ferrari

Anna Falchi e Alexander Payne


Camilla Lunelli - Edoardo Costa - Bruce Willis


Mostra del Cinema di Venezia


Marcello Lunelli - Anna Tatangelo - Gigi D'Alessio

Mostra Cinema di Venezia

Donatella Versace -Jessica Alba


Sofia Loren a Venezia

Zucchero

 

Il primo G8 del Nuovo Millennio

***

La straordinaria ascesa delle 'creazioni'
firmate Lunelli...con un inscindibile richiamo al Ferrari.

I Lunelli tutti, hanno sorpreso. Intendo tutta la grande ‘Famiglia’ nata dal ceppo che ha per Nome quel Bruno Lunelli, che non fu conte, non Nobile di Corte ma grande ispiratore che ha sognato l’eccellenza nei prodotti che avrebbero portato il loro nome. Un giorno, magari lontano, avrebbero realizzato i sogni e le speranze continuando lo stile e l’eccellenza del Ferrari Giulio che scese a patti per lasciare, pur a fronte di tot denari, l’eredità, ovvero l’Azienda, non solo con il glorioso nome Ferrari che aveva già avuto riconoscimenti internazionali.
Ma pretese che fosse continuata anche la severa arte del fare bollicine eccellenti, che allora si chiamavano Champagne Ferrari, senza compromessi che facessero sminuire l’arte o il ‘nobile mestiere’ del fare e del produrre liquide emozioni.

Un 'liquido' frutto...di nobili origini

Queste nel tempo sono state frutto di scelta delle uve migliori, elaborate con tecnica e competenza rare, che sarebbero diventate l’ossatura principale della futura azienda, seguendo una tradizione consolidata, con i principi di un’accertata eccellenza, anche nell’immateriale. Infatti, contrariamente a quelle materiali ed ovvie, certamente necessarie per un’alta qualità, e che sono il sigillo dello stile e della creatività volta al raggiungimento del massimo possibile, le immateriali positività e i valori relativi, si perpetuano, o tramandano,  non sui codici o i ‘papelli’ ma soltanto attraverso le generazioni che le onorano nel tempo. Proprio così: di Padre in Figlio.


Qui ritratti i Lunelli tutti, manca solo il Patriarca Bruno ma è nei loro cuori e nella mente.

Lo sapeva bene Papà Bruno, lo sanno Franco, Gino, Mauro e certamente lo sanno anche i loro figli che oggi, maturati nel severo clima familiare del fare e fare bene al massimo, sono traghettatori ideali per attraversare il periglioso mare della concorrenza issando la bandiera avuta in eredità. E lo stanno facendo al massimo livello, con una umiltà che sotto sotto nasconde la scorza dei professionisti di rango che ognuno, nel proprio ruolo, con rara unitarietà d’intenti interpretatano quotidianamente per consolidare l’eccellenza con- quistata.

Non si meraviglino, quindi, i lettori, i consumatori, i protagonisti della comunicazione, gli operatori, se anche i Lunelli come i Dampierre stanno conquistando la scena delle istituzioni nazionali e forse anche internazionali, magari sconfinando anche nei territori che sono terreno di casa per i grandi Champagne come quelli del Comte Audoin de Dampierre. Se esiste un Olimpo dei saggi, da quell’Olimpo Giulio Ferrari e Bruno Lunelli saranno lieti di aver aiutato a fortificare le radici della speranza e dell’arte dell’osare, che ormai consolidate daranno frutti per il futuro che avrà le dorate bollicine come liquida ma nobile testimonianza che incanterà gli esigenti degustatori di ogni regione del mondo.


Pensando a tutti i loro 'capolavori', al loro stile, all'eccellenza delle loro relazioni
nazionali e  internazionali, ci sentiamo autorizzati, come Portale OIFB e come
VISION-OIFB, a  giudicare i Lunelli, non un Gruppo qualunque ma una vera
nobile dinastia...nel settore del 'Beverage' naturalmente

***

Poi dicono che i sogni e le speranze non possono diventare cronaca, materializzandosi, di stagione in stagione, con il rito della vendemmia e delle necessarie operazioni post vendemmia che sono poi il timbro che personalizza e garantisce l’eccellenza.

In un prossimo speciale Ferrari-Lunelli - sia sul Portale sia su VISION-OIFB -  vi parleremo della terza generazione del Lunelli raccontando e facendola raccontare per far conoscere a tutti i nostri ‘lettori-visitatori’ i singoli protagonisti di questa terza generazione, possiamo dire  ‘fortunata’ perché ha avuto in eredità un’Azienda con i fiocchi, ma che per loro merito sarà sempre più competitiva e la sua immagine diffusa nella comunicazione globale.

LA FAMIGLIA LUNELLI RACCONTA

I primi cento anni del Ferrari

Camillo Lunelli, il capostipite

Una foglia. Una foglia di betulla bianca. E attaccato alla foglia un pezzo di corteccia. E sulla corteccia quattro parole, incise con incerta grafia: "Sono vivo, sto bene". Sotto, la firma: "Lunelli Camillo". Una foglia di betulla bianca portata fino a Trento da un vento impetuoso che spira dove vuole e quando vuole. È il vento che gonfia le vele dei naufraghi, asciuga le lacrime degli orfani, fa migliori gli uomini. Solidarietà, si chiama. Il pezzo di corteccia, raccolto da un passante pietoso in Stiria, passa di mano in mano e reca la buona novella a Viola Merler, una moglie che si credeva già vedova. È vivo, Camillo Lunelli. È ricoverato in un ospedale militare. Ha lasciato un dito anulare in Galizia, gli hanno fracassato un ginocchio in Serbia, s'è preso una mitragliata alla spalla in Polonia. Eppure dice di sentirsi bene. Bisogna capirlo: dopo tre anni, riesce finalmente a scrivere alla sua Viola, che gli ha dato otto figli, anche se lui ogni notte ne rivede in sogno soltanto sette, perché non sa nemmeno che gli è nato l'ottavo mentre stava al fronte.

Avesse avuto il dono della preveggenza, Camillo Lunelli si sarebbe servito d'una foglia di vite. Quel giorno, infatti, cominciava a scrivere, senza saperlo, la storia di uno dei più famosi vini italiani, lo spumante più celebrato di tutti i tempi: il Ferrari. Che per coerenza, trascorsi cent'anni, oggi dovrebbe a tutti gli effetti portare Lunelli, più che del suo fondatore. Se non altro perché i Lunelli sono nati nella vigna tre secoli orsono. Precisamente, se la tradizione di famiglia non inganna, a Lunel, 25 chilometri da Montpellier, dove ha sede l'Ecole nationale supérieure agronomique, forse l'accademia di vitivinicoltura più famosa d'Europa, guarda caso frequentata anche da Giulio Ferrari.

Un soldato di ventura, proveniente appunto da quella località della regione francese dell'Hérault, pare fosse giunto a Trento nel 1703 al seguito di Louis Joseph de Bourbon, meglio conosciuto come il duca di Vendóme, del quale si narra che avesse introdotto lo champagne alla corte di Luigi XIV, il Re Sole. In Trentino il duca di Vendóme è passato alla storia più che altro per aver dato alle fiamme o raso al suolo castel Madruzzo, castel Penede nonché i manieri di Drena e di Tenno. Forse disgustato da tanto furore, il soldataccio di Lunel pensò bene di fermarsi qui e di imitare il lato buono del suo signore, dedicandosi all'enologia. Fu così che nacque la stirpe dei Lunelli.

Passano duecento anni e una guerra, stavolta mondiale, torna a intersecare le vicende di famiglia. 28 luglio 1914. L'Austria apre le ostilità contro la Serbia, imitata quattro giorni dopo dalla sua alleata naturale, la Germania, che attacca la Russia. Camillo Lunelli, suddito degli Asburgo, ha 39 anni. A Trento dirige una ditta che esporta frutta, con filiali a Innsbruck e Monaco di Baviera. Tutti gli anni va in Sicilia a trattare le partite di agrumi che finiranno sulle mense della buona società viennese. L'ultima cosa che gli passa per la testa è di immolarsi per l'imperatore Francesco Giuseppe. Così si dà alla macchia. Scappa in Val di Cembra. I contadini, che fino a ieri gli hanno venduto noci e castagne, lo nascondono nel pagliaio.

L'anno dopo esce un Befehl di Cecco Beppe: tutti i disertori scoperti dopo una certa data saranno passati per le armi. Chi si consegna avrà salva la vita. Lunelli sceglie la seconda strada. Non sa che potrebbe trattarsi di un'esecuzione capitale differita. Viene infatti arruolato in uno Strafbataillon, i battaglioni di punizione mandati allo sbaraglio in missioni suicide. Carne da cannone. Ma tagliare i reticolati sotto il fuoco delle artiglierie nemiche, dopo aver strisciato nei campi minati, è ben poca cosa rispetto alla sofferenza di non poter comunicare in alcun modo, per tre lunghi anni, con i suoi cari. Tornato miracolosamente a casa, si ritrova sul lastrico con moglie e otto figli da mantenere. Allo scoppio della guerra aveva ceduto le sue filiali di Innsbruck e Monaco ricavandone un bel gruzzolo in corone austriache e marchi tedeschi. Adesso potrebbe usare le banconote da 10.000 corone per accendersi i sigari Virginia. Quattro anni prima ci avrebbe comprato una contrada di Trento. Quanto ai marchi, non valgono neanche la carta su cui sono stampati.


Bruno Lunelli a bottega dai Battisti

Camillo Lunelli riesce alla fine a farsi assumere come custode del castello del Buonconsiglio. E costretto a far interrompere gli studi ai figli, cinque maschi e tre femmine. Il primogenito si chiama Giuseppe ed era coetaneo del Ferrari.
Il terzogenito, nato nel 1906, si chiama Bruno. Viene mandato a fare il garzone nella drogheria Battisti, in via Dordi, della quale sono titolari i genitori di Cesare, l'irredentista impiccato come disertore dagli austriaci il 12 luglio 1916 insieme con Fabio Filzi. E un ragazzo sveglio e pieno di buona volontà. E quasi mezzo secolo più tardi lo dimostrerà comprando le cantine Ferrari e rendendole invidiate nel mondo.


Nel giro di pochi mesi Bruno Lunelli diventa il capo dei commessi. Nel 1927, dopo due anni di servizio militare, apre un negozio in via Cavour: il primo banco di vini d'asporto che si sia mai visto a Trento. Una piccola rivoluzione, giacché all'epoca farsi il vino in casa era l'orgoglio del pater familias. Ogni capofamiglia che si rispettasse, finita la vendemmia, andava in campagna a comprarsi il brascà, il mosto, per trasformarlo in vino nella càneva, la cantina di casa, e infine imbottigliarselo. Però Lunelli, che ha la vista aguzza, intuisce che i signori mariti, sotto sotto, si sottrarrebbero volentieri a questo lavoro se solo avessero qualcuno che gli vende il vino sfuso.


Perciò provvede a procurarsi la materia prima. Quelli non erano tempi di Doc e Docg. O bianco o rosso. Si rivolge a una ditta vinicola di Avio, di proprietà d'una gentildonna, la vedova Venturi. La quale vede subito che il giovanotto è molto capace e decide di investirci: "Io le do il vino, lei me lo paga dopo averlo venduto". Un prestito d'onore. Unica condizione: "Vorrei affiancarle un contabile di mia fiducia, il signor Cova". Accetta.

Siccome nel negozio di via Cavour sono soprattutto le massaie ad arrivare col fiasco o col bottiglione a spillare il vino dalle botti, Lunelli si mette a vendere ben presto anche olii e sapone di Marsiglia. Prodotti che non deperiscono. Rischi d'impresa, zero. E ci aggiunge anche il marsala e la crema marsala all'uovo, che si fa arrivare dalla Sicilia, dalla Florio. È evidente che Bruno Lunelli ha il bernoccolo per gli affari. Prendiamo il sapone. Và a procurarselo da solo, all'ingrosso, nello stabilimento Scala di Genova, saltando tutti gli intermediari. Poi lo accatasta a piramide in una casa colonica, in modo da seccarlo: così durerà di più.
Infine, per reclamizzarlo, si fa stampare dei volantini e la domenica, alle 10.30, sale sulla torre civica e li lancia nella piazza sottostante, proprio mentre i fedeli escono dalla messa grande celebrata in duomo. Durante la naia nell'artiglieria motorizzata, Bruno Lunelli ha capito che avere la patente di guida costituisce una ricchezza. Compra un camion, un Fiat BL con le gomme piene, un residuato della prima guerra mondiale, e va da solo a prendersi il vino ad Avio. All'alba è già in negozio.

Chiude la sera tardi. Si spiega così perché nel 1929 può già presentarsi alla signora Venturi e dirle: "Eccole il saldo. Grazie di tutto".

Nello stesso anno la sua strada si divide da quella di Cova. Caratteri troppo diversi. Cova è un meditativo, Lunelli un intuitivo. Perciò si fa liquidare dal socio e, col ricavato, apre per conto proprio in largo Carducci, rilevando banconi e licenza della pasticceria Tomasi. Vende vini, liquori e dolciumi. Sempre attento alle specialità: la bottiglia del rosolio migliore, il marsala giusto, la cioccolata più buona.

La nascita dei cinque fratelli Lunelli

In quegli anni Lunelli si fidanza con una concittadina, Elda Prada. Famiglia agiata, sette sorelle. Lei fa da segretaria allo zio, proprietario della Prada asfalti, che è senza eredi. Nel 1934 Bruno ed Elda si sposano. La moglie si trasferisce in largo Carducci per dare una mano: ci resterà tutta la vita. Il negozio diventa uno dei più importanti della città. Lunelli s'impegna nel sociale. Lo chiamano alla presidenza della Cassa provinciale ammalati

Mamma Elda Prada e Papà Bruno Lunelli...che coppia!

.
Entra nell'Azienda autonoma di soggiorno e nella Camera di commercio. Diventa anche presidente dell'istituto tecnico Tambosi per geometri e ragionieri. Assume la vicepresidenza dell'Associazione commercianti e, a riprova della sua equanimità, ricopre la carica sia durante il fascismo sia dopo, per vent'anni. "Bisogna occuparsi di quello che succede fuori dai cancelli della ditta e non solo di quello che accade dentro", è la sua massima.

Dal matrimonio nascono cinque figli: Franco (1935), Giorgio (1937), Gino (1939), Carla (1945) e Mauro (1948).
Il capofamiglia riesce a schivare la guerra di Spagna e la campagna d'Africa perché è iscritto alle scuole serali, dalle quali uscirà col diploma di ragioniere. Ma il secondo conflitto mondiale lo travolge. Nel 1941 viene richiamato col grado di tenente d'artiglieria e spedito in Germania per essere addestrato alla scuola della Flak, la possente contraerea tedesca.
Finisce nella scuola di Rerik, vicino a Rostock. Località strategica: lì ha sede la famosa fabbrica Messerschmitt, che produce i temibili caccia del Terzo Reich e altro materiale bellico. Un obiettivo che Hitler ha ordinato di difendere a tutti i costi.

Gli attacchi notturni degli Alleati si susseguono a ondate di venti minuti ciascuna. Per raffreddare i cannoni contraerei da 88 millimetri, resi incandescenti dall'uso prolungato, Lunelli li copre con stracci bagnati. Ogni mattina rientra in caserma con il sangue che gli cola dalle orecchie: il grasso che la sera prima s'era spalmato dentro i padiglioni per cercare di proteggere i timpani non è servito a nulla. Tornerà dalla guerra sordo dall'orecchio destro.

Dalla Germania lo spediscono a comandare una batteria di 88 nel porto di Savona. L'8 settembre 1943 si toglie la divisa, torna a casa e si nasconde in montagna, proprio come aveva fatto suo padre con gli austriaci. Non vuol collaborare con i tedeschi.

In negozio sotto le bombe

Intanto la moglie ha portato i figlioletti al sicuro, sul monte Bondone. Lei continua a tener aperto il negozio di largo Carducci, anche sotto i bombardamenti. Non salta neppure un giorno. Torna tra gli sfollati soltanto alla sera, dopo aver abbassato la saracinesca. A custodire i bambini lascia la tata Elsa. "E rimasta con noi per 64 anni. Più che una governante, una seconda mamma", ricorda Gino Lunelli. "Una mamma ti deve qualcosa, una tata nulla. E lei ci ha dato tutto. Tanto che è rimasta con nostra madre fino alla fine, nel 1993, quand'è morta. Come fossero due sorelle. Casa nostra era casa sua".

Papà Bruno trova rifugio con due zii nel fienile di Maso Valli, vicino a Castello di Drena, che molti decenni dopo verrà acquistato dai figli - quasi un omaggio postumo - per ricavarvi le uve del Ferrari. La nostalgia per moglie e figli si fa sentire. E anche quella per la caccia, la sua passione. Un giorno di dicembre cerca di raggiungere la famiglia sul Bondone. Porta il fucile a tracolla: non si sa mai che ci scappi una lepre da mettere in teglia. Cala una fitta nebbia. Si perde. Da Vaneze finisce a Candriai, proprio in bocca a una batteria di 88. I tedeschi lo catturano. Immaginarsi: un disertore, con un fucile, davanti a una postazione contraerea.

Il comandante tedesco lo interroga. E lì ancora una volta salta fuori l'ingegnosità di Lunelli, il quale, per disperazione, tenta il tutto per tutto: "Caro collega!", grida in tedesco all'ufficiale. "Ma come? Non ti ricordi di me? Corso della Flak alla scuola di Rerik". Il tedesco, accigliato, lo squadra da capo a piedi. Poi con freddezza teutonica prende a interrogarlo: "Chi essere comandante di quel corso nel 1941? Chi essere di tiro in esercitazioni?". E Lunelli, prontissimo, che risponde a tono: "Herr Sturmfúhrer tal dei tali, Herr Major tal altro...". Finché dalle labbra dell'inquisitore esce un liberatorio: "Kamerad!". Abbracci. Pacche sulle spalle. Finisce con una staffetta della Wehrmacht che scorta fino a casa l'incredulo Lunelli.

Da quel giorno può tornare addirittura a dedicarsi alle sue normali occupazioni: ora ha un santo protettore, un Kamerad. Ma il negozio di largo Carducci è sguarnito. In cassa pochi spiccioli. A guerra finita Lunelli viene a sapere che fra il Trentino e la Svizzera esiste un accordo in base al quale le due parti contraenti hanno stabilito di regolare i rispettivi debiti e crediti attraverso lo scambio di merci. S'infila nell'affare. Va a vendere vino nella Confederazione elvetica e torna indietro con partite di vacche, di pepe, di cacao stivato in botti di legno.

Per sfuggire alle rapine, sceglie un percorso tortuoso, malagevole ma sicuro, attraverso il passo del Forno, che collega il Meranese con l'Engadina. Una volta gli svizzeri lo pagano con una partita di orologi Omega, che finiranno al polso dei figli e dei concittadini benestanti. Un'altra volta lo riempiono di cioccolata fondente Cailler, casa storica fondata nel 1819 da François-Louis Cailler a Vevey e poi trasferita a Broc, dove tuttora si trova.

"Ne veden dal Luneli", ci vediamo dal Lunelli, a Trento diventa una parola d'ordine. La bottega di largo Carducci è il punto di ritrovo di intenditori, buongustai e bevitori, che ci vanno per sorseggiare un buon bicchiere di vino spumante.

Bruno Lunelli fa grande il Ferrari

Ed eccolo qui il demone che s'impossessa di Bruno Lunelli a guerra appena finita: lo spumante. Per essere più precisi, lo champagne, perché fino al 1947 è così che si poteva chiamare anche il prodotto italiano. Una passione inestinguibile, dal momento che tutti i giorni il commerciante è costretto a passare per via Belenzani. Lì, al numero 39, a meno di 150 metri dal suo negozio, ha casa e bottega un distinto signore sulla settantina. Si chiama Giulio Ferrari. Produce spumante. Anzi champagne.

Bruno Lunelli è cresciuto ammirando i cartelloni stile liberty che reclamizzano lo "Champagne G. Ferrari maximum sec, Trento (Autriche)". Ma già nel 1898, per dire dell'antica vocazione di questa città, il futuro martire Cesare Battisti aveva reclamizzato su un almanacco uno "Champagne Valentini di Trento" venduto nel negozio paterno di via Dordi.

Famiglia di nobili origini, i Ferrari, proprietaria di latifondi coltivati a vigneto, e imparentata con altri nobili (una sorella ha sposato il barone de Schulthaus), come attesta lo stemma gentilizio sul portale del palazzo. Nessuno ricorda d'aver mai visto Giulio Ferrari sorridere. Forse un retaggio dei tempi severi in cui Trento era sotto il dominio asburgico. Quando s'incammina verso il duomo, che sorge poco distante dalla sua magione, ha un incedere solenne. Non passa inosservato.

A 16 anni, dopo aver frequentato l'Imperial regia scuola agraria di San Michele all'Adige, Giulio Ferrari è stato mandato dal padre a specializzarsi in Francia. Ha frequentato la scuola di vitivinicoltura a Montpellier e ha lavorato per un celebre vivaista del luogo, Richter. Poi s'è specializzato in zimotecnia (la scienza che studia i lieviti) al Botanische Institut di Geisenheim, sul Reno, e ha lavorato a Epernay, vale a dire l'ombelico del mondo per chi conosca appena lo champagne. Ha soggiornato anche in Tunisia, sempre dedicandosi alle tecniche di coltura dell'uva. Infine ha portato di nascosto nella sua regione, non a caso definita "il più bel giardino vitato d'Europa", le barbatelle di Chardonnay, chiamato dai suoi conterranei "el Borgogna zalt", il Borallo, per distinguerlo dal bianco e dal nero.

Vicino all'irredentismo, durante la prima guerra mondiale, dopo che il padre Gustavo era stato internato dagli austriaci a Katzenau, il giovane Giulio fugge in Italia per non essere arruolato con le truppe di Francesco Giuseppe. Viene mandato in Sicilia con l'incarico di scegliere le forniture di vino per il Regio esercito. Scoppia la seconda guerra mondiale. Alla prima incursione aerea, il 2 settembre 1943, gli Alleati sbagliano bersaglio - doveva essere la stazione ferroviaria - e radono al suolo la Portela, il quartiere più popolare e pittoresco, l'anima della Trento schietta che si esprime in dialetto.
Morti e rovine. Resta in piedi solo la Torre Vanga, con i suoi merli ghibellini. Giulio Ferrari si rifugia nella sua casa di campagna, a Calceranica. Prima, però, fa murare l'ingresso di via Belenzani. Ritroverà la cantina intatta alla fine del conflitto. Al suo ritorno in città, nel 1945, s'accorge con sorpresa che lo spumante ormai vecchio di sei anni ha resistito egregiamente non soltanto ai bombardamenti ma anche alle ingiurie del tempo. E nata la prima Riserva.

Nel 1952, a cinquant'anni dalla nascita della maison, il Ferrari ha raggiunto una produzione di appena 8800 bottiglie. Nasce con l'aiuto di un solo uomo di fiducia (si chiamava Daniele Pancera, era di piccola statura, bruno, le guance rubizze, come rievoca lo scrittore Mario Soldati nel suo libro Vino al vino) e si vende ancora sulla porta di casa, e questo per deliberata volontà del proprietario, refrattario quant'altri mai alle lusinghe del mercato e della moda e sempre tormentato dall'assillo della qualità.

Al punto che s'era prefisso un tetto massimo di poche migliaia di bottiglie e per scoraggiare la clientela occasionale aveva alzato il prezzo a livelli stratosferici: 4 corone contro le 2,40 dell'Asti spumante.
Racconta Franco Lunelli: "Ricordo ancora la delusione di mio padre Bruno, che viveva nel mito del Ferrari, quando mi mandava a comprarne dodici bottiglie da tenere in enoteca e il signor Giulio mi mandava indietro con sei al massimo".
Pur avendo già vinto alla sua prima uscita, nel 1906, la medaglia d'oro all'Esposizione internazionale di Milano, nel capoluogo lombardo lo spumante di Trento si trova unicamente all'hotel Gallia nei pressi della stazione e all'hotel Continental in via Manzoni, ma solo perché un certo Pollavini, originario della Valtellina, capo degli ispettori veterinari e amico d'infanzia di Giulio Ferrari, è riuscito a raccomandare i proprietari dei due alberghi. Il giorno che da Genova arriva a Trento un funzionario della Costa armatori a chiedere 2400 bottiglie per la flotta, il burbero produttore esce dai gangheri: "Cosa? Duemilaquattrocento bottiglie? Ho capito bene? Duemilaquattrocento bottiglie? Ma lei è matto! La mia non è mica una fabbrica di gazzose!".
E pochi giorni appresso ne fa partire alla volta della Liguria "ben" 48...

Giulio Ferrari, il burbero benefico

Giulio Ferrari, classe 1879, s'era sposato in tarda età, a 66 anni, con Silvia Dalla Rosa, di 32 anni più giovane. Non ha discendenti. Per cui, giunto a 73 anni, è preso dal rovello della successione. A chi lasciare quel piccolo gioiello? In via Belenzani comincia il pellegrinaggio dei più importanti vitivinicoltori dell'Alta Italia. Ma tutti tornano a casa con le pive nel sacco, poiché per cedere l'azienda Ferrari chiede 30 milioni in contanti. Una cifra esorbitante per un'azienda che allora fatturava a stento 700.000 lire l'anno e il cui patrimonio era formato per 12 milioni da beni mobili e per 18 milioni dal cosiddetto "avviamento", "qualcosa di molto simile all'aria", osserva Gino Lunelli.


Giulio Ferrari

Un giorno si presenta persino il commendator Angelo Motta, quello dei panettoni. Anche lui è costretto a ritirarsi in buon ordine di fronte all'esosità del prezzo. A un certo punto la Provincia autonoma di Trento si offre di inglobare la Ferrari nell'Istituto agrario di San Michele all'Adige purché l'istituzione venga salvaguardata. Ma anche questa soluzione è bocciata dall'incontentabile venditore. Probabilmente Giulio Ferrari tiene alta la quotazione per un'innata vocazione alla parsimonia (era solito annotare sul suo diario financo i soldi che spendeva per il caffè al bar e per la corsa in corriera Trento-Calceranica) e altresì per separare il grano dal loglio: chi avesse veramente insistito per comprare la cantina, nonostante le astronomiche pretese del proprietario, quegli avrebbe dimostrato, con la sua caparbietà, di esserne all'altezza e di meritarsela.

La scelta cade sull'uomo giusto: Bruno Lunelli. Sulle prime Giulio Ferrari non vuol prendere in considerazione neppure lui: "Sì, è serio, in gamba, capisce di vino, ma non è un enologo", obietta. Devono intervenire la Camera di commercio e l'Associazione commercianti: "Ma commendatore! È un trentino, è capace, stravede per lei. Le ci vorrà poco a insegnargli il mestiere".

Ma... C'era un "ma". "Mio padre quei soldi non li aveva", spiega Gino Lunelli. "Fece un colpo di testa. Riuscì a farsi prestare 15 milioni dalle banche. Per gli altri 15 firmò un pacco di cambiali alto una spanna. E l'affare fu concluso. Era il novembre del 1952. Papà aveva fatto conto sull'imminente Natale e sulla campagna di Natale dell'anno dopo per pagare i debiti. Aumentò subito la produzione, portandola a 20.000 bottiglie.

Nel 1954 le banche erano soddisfatte, le cambiali strappate". Franco Lunelli, allora diplomando in ragioneria, rammenta ancora la pignoleria dell'inventario che fu chiamato a redigere sotto dettatura dell'occhiuto Giulio Ferrari: "Numero 1 spazzolino con pelo di puzzola per spazzolare i milligrammi di fermenti e di zuccheri rimasti sulla bilancia; numero 12 candele steariche; numero 12 pezze per pulire le macchine; metri 156 di spago; chilogrammi 4 di chiodi...".
Non che Bruno Lunelli, quanto a rigore, fosse da meno. Nel 1958, al figlio Gino, che ha appena passato la maturità classica, annuncia: "Dal 1° ottobre vieni a lavorare in cantina". Il giovane obietta timidamente: "A dir la verità, papà, io avrei pensato di frequentare 1'università". E il padre: "Ah sì? Benone.
Ma 1'università, caro mio, è un privilegio. Quindi te la devi pagare. Vorrà dire che il sabato e la domenica te li lascio liberi. E un giorno di permesso te lo potrai prendere anche quando dovrai dare qualche esame". Gino Lunelli s'iscrive a Parma, facoltà di economia e commercio: "Ci ho impiegato i miei anni, ma alla fine 1'ho spuntata, mi sono laureato".

A Franco in ossequio al principio della primogenitura, toccheranno tutte le presidenze delle aziende che i Lunelli andranno acquistando o fondando nel corso degli anni. Giorgio preferirà restare come semplice socio: si laurerà in ingegneria e andrà a vivere a Milano.
Carla affiancherà mamma Elda in enoteca e sposerà Giorgio Cirolini, che diventerà il consulente societario del gruppo. Mauro frequenterà l'Istituto agrario di San Michele all'Adige e diventerà l'enologo della casa. Giulio Ferrari si riserva una clausola nel contratto: l'obbligo a rimanere in cantina vita natural durante. "Papà non chiedeva di meglio", sostiene Gino Lunelli.
Tutte le mattine, alle 8 in punto, dal primo piano di via Belenzani, dove abita, Ferrari scende giù nel suo ufficio al pianterreno a dispensare consigli. Va avanti così fino al febbraio del 1965, quando, giunto alla bella età di 86 anni, rende l'anima a Dio.

Bruno ed Elda Lunelli, professione genitori

Nel mese di giugno di quell'anno, i Lunelli abbandonano la sede di via Belenzani e traslocano al numero 10 di via Verdi, dove oggi c'è la facoltà di sociologia dell'Università di Trento, in una nuova cantina. Rimangono lì fino al 1971, quando si trasferiscono in un complesso costruito in località Ravina, appena fuori Trento. È un edificio inconfondibile a forma di baita, che non passa inosservato a chi percorre l'autostrada del Brennero, disegnato da un loro cugino, l'architetto Bruno Brunelli. È l'ultima realizzazione che Bruno Lunelli riesce a vedere: nel 1973, a soli 66 anni, muore.

"Ma già cinque anni prima", dice Gino Lunelli, "papà ci aveva fatto questo discorsetto: `Giovanotti, quel che ho fatto ho fatto. Perciò passo la mano e cedo la Ferrari a voialtri. Se mai un giorno aveste bisogno di una parola saggia, dell'esperienza di un vecchio o di una firma di garanzia in banca, sapete dove trovarmi'. Il notaio di famiglia aveva cercato in tutti i modi di dissuaderlo: `Ma Bruno, sei impazzito? Riservati almeno l'usufrutto!'. E lui: `Posso capire che un figlio abbandoni un genitore. Ma se cinque figli, tutti insieme, si dimenticassero del loro papà, allora vorrebbe dire che nella vita quel padre ha fallito e per lui sarebbe una consolazione chiudere gli occhi'.

Morì nullatenente". Esattamente come Elda Prada, sua moglie, spentasi a 90 anni nel 2000. Né poteva essere diversamente. Adorava il marito a tal punto che i figli, per canzonarla, le ripetevano: "Mamma, tu sei sempre stata tossicodipendente. Solo che, al posto della droga, avevi il Bruno Lunelli". Per lei hanno tenuto aperta l'Enoteca Lunelli, nonostante non fosse più strategica per l'azienda, cedendola soltanto dopo la sua scomparsa. "È andata a bottega tutti i giorni, dal 1934, fino all'ultimo", interviene la figlia Carla. Quel negozio che portava il cognome del marito era il suo orgoglio e la sua ragione di vita. Invece di spendere soldi in medicine, le abbiamo consentito di restare dietro il bancone".
Questo non significa che Elda Prada Lunelli fosse una donna più incline ai commerci che alla famiglia. Tutt'altro. Ché di famiglie, anzi, ha saputo tirarne su due.
Ma questa è una storia che nessun Lunelli vi racconterà mai. Per scoprirne i particolari bisogna interrogare gli amici. Una storia che comincia nel convento dei cappuccini di Trento, dove un giorno di tanti anni fa arriva dal Mozambico una lettera: due ragazzini di colore vorrebbero venire in Italia e diventare frati.

C'era qualcuno disposto a mantenerli negli studi? Elda e Bruno Lunelli li adottano subito in gran segreto. Finché il primo, Bernardo, nel 1966 viene ordinato prete e torna nel suo Paese. Oggi è vescovo di Quelimane. Con i fratelli Lunelli, che sono andati a trovarlo più volte in Africa, ogni telefonata s'è sempre chiusa con un "dite alla mamma che il suo moretto le vuole bene".

L'altro fratello, Lazzaro, non se la sente invece di proseguire sulla strada della vocazione religiosa e sceglie di fare il medico. Il padre provinciale convoca Lunelli: "Meglio un buon dottore che un cattivo prete", gli dice. Elda e Bruno gli pagano gli studi, fino alla laurea in medicina. Si specializza in ginecologia, si sposa e si stabilisce a Verona. Finché la morte non lo coglie prematuramente, nell'autunno del 2001, mentre aspetta un trapianto di cuore. A Trento arriva il testamento: "Cari fratelli Franco, Giorgio, Gino, Carla e Mauro, giunto alla fine del mio viaggio terreno, sono sicuro che papà Bruno e mamma Elda mi stanno aspettando...".

Fratelli frizzanti: Mauro (da sinistra), Franco e Gino Lunelli succedono nel 1968 al padre Bruno nella guida della cantina, che nel frattempo si è trasferita da via Belenzani a via Verdi

Oggi a Bruno e Elda Lunelli sono intestati due villaggi per i "meninos da rua", i ragazzi di strada. Si chiamano ‘Lar da esperança’ (Focolare della speranza). Uno si trova in Mozambico, a Pemba, e l'altro in Brasile, a Goiània, capitale dello Stato del Goiàs. E il Comune di Trento ha intitolato a "Bruno Lunelli, imprenditore" una piazzetta del centro cittadino.

II Ferrari incontra i Grandi

Nel 1992 alla sede originaria di Ravina s'aggiunge un avveniristico edificio in vetrocemento, che manda bagliori cangianti, azzurri o ramati a seconda delle giornate, nel quale si riflettono il Bondone con le cime circostanti e la lunga vasca in cui zampillano scenografici giochi d acqua. Sono oltre un ettaro di sede fuori terra e tre ettari di cantine sotto terra.
Un'espansione volumetrica che asseconda l'impetuosa crescita produttiva di decennio in decennio: 60.000 bottiglie nel 1962, 300.000 nel 1972, un milione di bottiglie nel 1982, tre milioni nel 1992, quattro milioni e mezzo nell'anno del centenario. E che va di pari passo con l'acquisizione dei vigneti di proprietà, i più vocati della regione, i più esposti al sole, i più aristocratici, come indicano gli stemmi nobiliari agli ingressi e gli storici edifici che incorporano: Villa Margon, Villa San Nicolò, Villa Gentilotti, Maso Le Viane, Maso Montalto, Maso Valli, Maso Orsi e soprattutto Maso Pianizza, sulla collina più alta di Trento, il cru da cui si ricava il Giulio Ferrari Riserva. In tutto 100 ettari di vigneto, che raddoppiano se si contano quelli che i Lunelli hanno acquisito nel 1999 in Toscana e nel 2000 in Umbria.

"Perché è dalla buona uva che nasce il buon vino", specifica Mauro Lunelli, garante delle qualità organolettiche dello spumante Ferrari e degli altri prodotti della casa. "Noi siamo arrivati al punto di pagare a un prezzo più alto l'uva imperfetta, quella che poi scartiamo, affinché qualche contadino non sia tentato di ricorrere all'astuzia di nascondercela sul fondo delle cassette.
La selezione della materia prima avviene fin dal vigneto, tenuto costantemente sotto controllo dai nostri enotecnici. Qui non entra neppure un grappolo senza che si sappia da dove proviene e chi l'ha raccolto".

Il fiore all'occhiello è Villa Margon, che il barone Teofilo Alessandro Salvadori von Wiesenhof, ormai ultranovantenne, cede alla famiglia Lunelli nel 1989. Non ha certo bisogno di quattrini, il barone. Cerca solo, mancandogli un erede diretto, qualcuno che gli garantisca l'adeguata conservazione di quel tesoro storico-architettonico. E dopo aver visto come i Lunelli recuperano e gestiscono con amore i masi abbandonati, capisce che può fidarsi quando gli assicurano: "Gliela terremo bene".

Per loro è un investimento culturale e d'immagine: un vino decuplica il prestigio di uno chateau. E la cinquecentesca Villa Margon, sulle colline che dominano la città, da quando ha dato il nome a un grande bianco è diventata una delle dimore più famose d'Italia. Appartenuta nel Seicento a un abate Ferrari, quando si dice il caso, e prim'ancora a Giorgio Fugger, della dinastia di banchieri tedeschi di Augusta che prestarono a Carlo V i fiorini per comprarsi il titolo di imperatore, custodisce assolutamente integro un ciclo di affreschi dedicato alle gesta del sovrano sulle cui terre non tramontava mai il sole e anche il letto in cui egli dormì nelle sue discese lungo la Val d'Adige.
Un altro ciclo di affreschi rappresenta i dodici mesi dell'anno, con la potatura delle viti (marzo) e la vendemmia (settembre). Un altro ancora è ispirato al Vecchio e al Nuovo Testamento. Splendidi, e pertinenti alla professione dei nuovi proprietari, “L'ebbrezza di Noè” e “Le nozze di Cana”.

La regalità è scritta nel codice genetico dello spumante Ferrari. Si brinda col Ferrari il 27 aprile 1924 "per l'auspicata visita" a Trento di Sua Altezza Reale il principe Umberto, quando fra le varie portate compaiono dei sorprendenti, ma politicamente comprensibili, "asparagi in salsa mussolina".

Si brinda col Ferrari l'11 settembre 1930 nella "colazione in onore di S.A.R. il Principe di Udine", come documenta il menù custodito a Ravina sul quale hanno lasciato il loro autografo due straordinari estimatori: Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi.

Si brinda col Ferrari il 14 ottobre 1980 nel pranzo in onore di Sua Maestà la regina Elisabetta II, offerto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, e poi di nuovo il 16 ottobre 2000 nel pranzo offerto alla sovrana d'Inghilterra e al consorte Filippo d'Edimburgo dal presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Si brinda col Ferrari il 28 aprile 1981, sempre al Quirinale, nel pranzo in onore delle Loro Maestà il re Juan Carlos I di Spagna e la regina Sofia. Ma brindano democraticamente col Ferrari anche i Grandi (Carter, Margaret Thatcher, Giscard d'Estaing, Schmidt, Saburo-Okita, Trudeau, Cossiga) riuniti a Palazzo Ducale per il Vertice di Venezia nel giugno 1980; i leader russi Podgorni, Gromiko, Breznev; il primo ministro cinese Hua Guofeng; il presidente americano Richard Nixon e il suo segretario di Stato Henry Kissinger, introdotti ai piaceri delle bollicine trentine da Sirio Maccioni, il celebre patron del ristorante newyorkese Le Cirque; il presidente eletto dopo Nixon, Ford e Carter, Ronald Reagan, il quale il 22 aprile 1985 avverte il bisogno di ringraziare, con un biglietto autografo spedito a Trento, per "the impressive bottle of champagne arrived at the White House"; il cancelliere tedesco Helmut Kohl; il presidente egiziano Hosni Mubarak, che si conferma così un leader moderato anche nell'osservanza dei precetti islamici in tema di alcol; il presidente George Bush senior nella colazione che il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita offre a Villa Madama in suo onore il 27 febbraio 1989; il presidente del Soviet supremo Michail Gorbaciov il 30 novembre dello stesso anno, sempre a Villa Madama, su invito del capo del governo Giulio Andreotti.
E brinda più volte col Ferrari anche Giovanni Paolo II, forse non insen­sibile al fatto che la parola "vino" compare nella Bibbia 263 volte.

La leggenda dei due Ferrari

A far diventare lo spumante Ferrari un simbolo dell'Italian style nel mondo contribuisce per primo un omonimo famoso: l'ingegner Enzo Ferrari. A casa del quale, recando sei magnum, si presenta un giorno Giancarlo Aneri, un creativo rappresentante veronese assunto dai Lunelli, destinato a diventare direttore generale. Aneri casca bene, per­ché nella mente dell'ingegner Enzo lo spumante è legato proprio alla città veneta: "Ricordo una coppa di spumante che mi fu offerta negli anni cinquanta al termine di una colazione in un ristorante di Verona", racconta il re della Formula 1. "Non sono mai stato un bevitore, ma notai con sorpresa che aveva il mio stesso cognome". Insomma, Aneri sfonda una porta aperta.
La ritrovata comunione d'intenti tra Ferrari spumante e Ferrari auto viene celebrata da una cena che riunisce, a casa dell'ingegnere, Gino Lunelli con gli amici Enzo Biagi, Ugo Tognazzi, Ottavio Missoni, Roberto Bettega. E da allora ogni vittoria delle rosse vedrà stappare sul podio un magnum dello spumante trentino, anziché di champagne. Ma è bagnata di Ferrari anche la Coppa del mondo conquistata dall'Italia nella finalissima contro la Germania (3-1) allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, l'11 luglio 1982.

Ugo Tognazzi, che aveva conosciuto il Ferrari per merito di Gianluigi Morini, durante un sontuoso pranzo al San Domenico di Imola, imita a modo suo i fasti della Formula 1 annaffiando di perlé il seno statuario di una brasiliana nel corso di una trasmissione televisiva. I dirigenti della Rai, allibiti, gli tolgono la diretta quando ormai la fascinosa modella è lucida di Ferrari dalla testa ai piedi. Un'altra volta - sono gli anni del programma tv Risotto amaro, preceduto dalla sigla composta dal maestro Armando Trovajoli e cantata con impareggiabile voce nasale dallo stesso Tognazzi ("risotto amaro/è il piatto che ti preparo...") - l'attore di Cremona, cuoco provetto che aveva esordito a 14 anni come operaio in una fabbrica di salumi, inventa una sua specialissima ricetta, con la bottiglia di Ferrari infilata al centro del risotto fumante anziché nel secchiello del ghiaccio.
E ne detta la conclusione ai fratelli Lunelli, che non sanno come fare a riferirla a mamma Elda: "Condire il risotto con lo `spumeggio' finale. Il primo caso di `eiaculazione' gastronomica". Tutto fuorché un "risotto amaro” .
Nel settembre 1989 l`Europeo" mette in copertina I miti degli Anni 80, tutti gli oggetti che hanno cambiato la nostra vita, e accanto alla Ferrari Testarossa, agli orologi Swatch e alle scarpe Timberland compare il Ferrari, che in quel decennio dà persino il nome a un profumo, Ferrari Cuvée.

"Non credevo che la Ferrari facesse anche uno spumante", esclama il tenore Luciano Pavarotti il 6 agosto 1992, mentre gli servono un brut rosé Trento classico durante la cena ufficiale a Casa Italia, a conclusione delle Olimpiadi di Barcellona. Che, detto dal modenese più famoso al mondo insieme con il compianto Ingegner Enzo, equivale a una consacrazione definitiva.

Pavarotti, Ferrari and friends

"Lo spumante Ferrari e io abbiamo uno stretto rapporto, quasi familiare", afferma Pavarotti. "Infatti ha celebrato con me tanti appuntamenti importanti della mia vita.

Abbastanza curiosa è la situazione in cui si è sviluppato il nostro primo approccio, a NewYork. Una sera il grande stilista Aldo Gucci offrì una cena in mio onore, in prevalenza con invitati americani. Ma, da buon italiano, egli fece servire esclusivamente spumante Ferrari. Anche le mie nozze d'argento con la lirica sono state festeggiate con un magnum Ferrari. I nostri rapporti continueranno a lungo poiché esso ormai fa parte della mia famiglia".

Narra Luciano Benetton: 'Lo confesso: alcuni anni fa, viaggiando all'estero per lavoro, mi capitava di sperimentare personalmente come lo spumante Ferrari fosse presente anche là dove i nostri prodotti non erano ancora arrivati. Non conoscevo l'azienda, ma mi sembrava molto efficiente. Provavo, allora, un qualcosa di molto simile alla gelosia. Era un po' anche la gelosia di chi ama, perché per me il Ferrari era lo spumante di casa.
Quello che scandiva, con i suoi botti allegri e l'esplosione di vitalità nei bicchieri, il passare delle stagioni della nostra vita. Oggi la presenza di Ferrari nel mondo mi fa solo piacere: penso che sia un successo della creatività e della cultura trentino-italiana.
Un successo di quelli veri e duraturi, costruito su radici profondamente immerse nella provincia del nostro Paese. Un successo, quindi, le cui origini sento vicine alle mie. Così, quando mi capita di brindare in giro per il mondo, sono lieto e orgoglioso di scegliere lo spumante Ferrari.
E mi piace pensare che i miei amici Lunelli indossino con lo stesso orgoglio una polo o un pullover Benetton durante i loro viaggi all'estero".

Gli fa eco lo stilista Ottavio Missoni: "Ricordo che quando con mia moglie Rosita, in una giornata abbastanza memorabile, abbiamo festeggiato i 25 anni del nostro lavoro, riassunti in una spettacolare mostra retrospettiva allestita alla Rotonda di via Besana a Milano, abbiamo brindato con Ferrari. `Wonderful champagne', dicevano gli ospiti americani. E io a spiegargli: `Ma no, siamo in Italy, spu-man-te, the name is Ferrari!'. Adesso, però, questo problema non esiste più in quanto per brindare, in qualsiasi parte del mondo mi porti il mio lavoro, ho adottato il Ferrari. Solo i giapponesi non hanno imparato ancora bene la pronuncia. `Fellali', dicono... Ma non `impolta', quello che conta è la qualità".

Il Ferrari nel tempio dello champagne

Persino Christian Clerico, patron del Lido di Parigi, decide di inserire il Ferrari nella carta dei vini, e quella è la prima e unica volta che uno spumante non francese entra nel tempio dello champagne. Non bisogna dunque meravigliarsi se nel 2000, mentre  a Trento si battezza la speciale Cuvée per il brindisi inaugurale del terzo millennio, il Giulio Ferrari e il Dom Pérignon escono a pari merito dalla degustazione cieca di una commissione d'esperti del "Gambero Rosso", una delle riviste enogastronomiche più autorevoli.

Il test avviene su sette annate, in bottiglie anonime e originali: 1978, 1982, 1983, 1985, 1988, 1990 e 1992. Per tre annate la commissione incorona come migliore il Giulio Ferrari, per altre tre annate il Dom Pérignon e per una sola annata sentenzia la perfetta parità fra i due. C'era arrivato per conto suo anche Bruno Vespa, il conduttore di Porta a porta, la cui competenza enologica è piuttosto nota: "Una sera stappai per i miei ospiti, con qualche patema d'animo, una bottiglia di Giulio Ferrari dell'86.
Ero incerto se tenerla ormai in collezione, vista l'età di quel vino superbo. Perfetta. Provammo l'emozione di chi trova in soffitta un vecchio mobile prezioso senz'ombra di difetto".
E lo stesso Giulio Ferrari Riserva premiato per 12 anni con i "tre bicchieri" dalla Guida ai vini d'Italia (nessun altro vino bianco, rosso, da dessert o spumante - ha mai conseguito un analogo risultato); vincitore del titolo di "migliori bollicine dell'anno"; gratificato con i "cínque grappoli", il riconoscimento dell'eccellenza, da Duemila vini 2001, guida dell'Associazione italiana sommelier; insignito dell'Oscar 2000 quale miglior spumante; giudicato "spumante del secolo" dai ristoratori italiani. Il primo, fin dal lontano 1983, a esser proclamato vino top dell'anno da Vinarius, l'associazione che riunisce le enoteche italiane di qualità.

Lo spumante diventa un'opera d'arte

Lo spumante Ferrari diventa un istituzione senza fargli pubblicità: bastano la qualità e il passaparola. Un miracolo d'immagine che si studia alla Bocconi. Ci vuole arte per riuscire in una simile impresa. Non per nulla, nel 1993, trentuno maestri italiani della pop art si ispirano al Ferrari. Ne esce un'insolita collezione di opere incentrate sullo spumante trentino, intitolata Artisti Doc. E a denominazione d'origine controllata lo sono davvero, questi artisti. Fra gli altri, in ordine strettamente alfabetico (l'unico consentito dalla loro importanza): Pablo Echaurren, Marco Lodola, Ugo Nespolo, Mimmo Rotella, Luigi Serafini.

Nelle loro mani una bottiglia di Ferrari si trasforma in qualcosa di irripetibile. C'è chi, come Alighiero Boetti, ne reinterpreta l'etichetta con raffinata bizzarria; chi, come Tamara Bialecka, ne ricava una scultura metallica; chi, come Dino Innocente, la ingloba in un monumento marmoreo. Invece Franco Imbrogno e Gian Marco Montesano ne fanno uno stravagante oggetto luminoso; Cinzia Ruggeri la tramuta in un gioiello; Nizzo De Curtis addirittura in una bomba a orologeria, con tanto di timer.

"Artisti Doc" è oggi una mostra permanente nella sede di Ravina e un catalogo nella cui prefazione lo scrittore Alberto Bevilacqua si augura che "il `Vigneto Ferrari" valga come metafora per la nostra aspirazione a un vivere più decente. Un omaggio postumo al filosofo della pop art, Andy Warhol, che su un piatto di ceramica, autografato dopo una cena allietata dal Ferrari, tracciò la silhouette della bottiglia affinché non rimanessero dubbi sullo stato di intimo gaudio propiziato dallo spumante dei Lunelli.

I Lunelli bucano la cortina di ferro

L'arte del Ferrari ha sempre valicato le frontiere, facendo dialogare gli uomini e anticipando una nota di distensione persino quando il mondo era ancora diviso dalle cortine di ferro. Una Hostaria Ferrari apre i battenti a Mosca il 16 giugno 1987, con due anni di anticipo sul crollo del Muro di Berlino. A inaugurarla all'interno dell'hotel Mezhdunarodnaja, in partnershíp con i Lunelli e il Sovicenter, l'ente di Stato sovietico, è il ristoratore Tino Fontana, che porta per la prima volta nella capitale dell'Urss la pasta e fagioli, il baccalà alla vicentina, le lasagne alla bolognese, i casoncelli alla bergamasca, i piselli alla romana. Anche se nessuno poteva prevedere che gli inflessibili doganieri dell'aeroporto Sheremetyevo avrebbero preteso, all'arrivo delle derrate alimentari dall'Italia, di aprire i baccelli verdi e di mettersi a contare i piselli ivi contenuti a uno a uno...

Passati 15 anni, fa una certa impressione scorrere la lista ufficiale degli invitati alla cena di gala per l'apertura dell'Hostaria Ferrari, che vede, confusi fra gli altri, i nomi di un certo Boris Eltsin, allora primo segretario del Pcus di Mosca; di Vladimir Zagladin, il vicedirettore della sezione estera del medesimo Pcus, che nel 2000 confermerà l'esistenza della rete di spionaggio messa in piedi dall'Unione Sovietica in Occidente e smascherata dal dossier Mitrokhin; di Viktor Afanasyev, il leggendario direttore della "Pravda", la "verità" che per 84 anni è stata raccontata ogni giorno ai russi ma che alla fine ha dovuto cessare le pubblicazioni. Così come fa quasi tenerezza la foto di quel novantenne Eroe della Rivoluzione che davanti al Cremlino - impettito nella sua divisa nera, il berretto con la stella rossa sulla testa, un medagliere sul petto degno di Breznev - regge sorridente il magnum di Ferrari che i fratelli Lunelli gli hanno gentilmente offerto.

II 1987 è anche l'anno in cui uno spumante italiano di qualità entra per la prima volta in Cina. I Lunelli siglano a Pechino un accordo con la “China national cereals, oils & foodstuff import corporation” per la vendita del Ferrari in Estremo Oriente. L'intesa con l'ente di Stato cinese per il commercio prevede l'introduzione del Ferrari perlé non solo nei migliori hotel di Pechino (Great Wall, Beijing, Windows on the world, Shangri-la), di Shanghai (Peace) e di Canton (Garden, White swan, China), ma soprattutto nella catena dei famosi "Negozi dell'amicizia", dove lo spumante è ammesso insieme con un famoso stilista di origini italiane: Pierre Cardin.

In Oriente, o, per meglio dire, nei cieli d'Oriente, la stella Ferrari brillava già da qualche tempo, da quando la Cathay Pacific, la più importante compagnia aerea privata dell'Asia, dopo rigorose selezioni aveva deciso di inserire il millesimato nella carta dei vini della sua top class. Ma il Ferrari, nell'anno di avvio dell'euro, vola anche nella business class della Lufthansa, frequentata ogni anno da tre milioni di passeggeri: la compagnia di bandiera tedesca, su suggerimento del campione del mondo dei sommelier, Markus Del Monego, sceglie lo spumante classico italiano al posto dello champagne quasi a suggellare una nuova unità dell'Europa in campo vinicolo.

Una flûte per Oscar Wilde

La vocazione dei Lunelli a volare alto era stata confermata negli anni precedenti con l'inaugurazione del primo Ferrari Club (altri ne seguiranno in giro per il mondo) presso il Café Royal di Londra. L'esclusività del leggendario locale, fondato nel 1865 da Daniel Nicholas Thévenon, si misura anche dai gradini: bisogna salirne 300 per essere ammessi nel Salon Privé all'ottavo e ultimo piano dell'edificio al numero 68 di Regent Street, frequentato tra Ottocento e Novecento da personaggi come Oscar Wilde, George Bernard Shaw, Noel Coward, dove oggi sono di casa la famiglia reale britannica e l'inquilino di Downing Street.
E 300 sono anche i selezionatissimi invitati al ricevimento Ferrari, tra i quali 15 lord. Proprietari del Café Royal sono lord Charles Forte e suo figlio Rocco, che danno il nome a una catena di 800 alberghi di lusso diffusa nei cinque continenti. Sono gli stessi che spalancano ai Lunelli le porte del loro Grosvenor house, in Park Lane, sempre a Londra, per la più strabiliante cena che sia mai stata servita nella patria del whisky: un intero menù a base di grappa, dall'antipasto al soufflé finale, inventato da Vaughan Archer, lo chef del Ninety, il ristorante interno dell'albergo, proclamato "locale dell'anno" dal "Times".

Non una grappa qualsiasi, bensì la Segnana trentina, distillata nell'Ottocento da Bortolo Segnana su licenza delle autorità imperiali austroungariche e ora entrata a far parte del gruppo Ferrari. Bisognava esserci, quella sera. Con lord Charles Churchill, nipote di sir Winston, intento a sorseggiare la grappa di Borgo Valsugana invece del suo solito scotch. Con l'ammiccante Sandro Paternostro, che giunge all'appuntamento serale su una spider nonostante le brume autunnali. Con Beppe Severgnini, già allora molto British e così poco Italian. Con Aliai Ricci, l'affascinante moglie di Rocco Forte, che centellina un bicchierino di sgnapa nonostante sia in gravidanza.

Nasce la holding del bere bene

Con l'acquisizione della blasonata distilleria Segnana comincia una stagione di acquisizioni che nel giro di un decennio trasforma la famiglia Lunelli in una holding del bere bene: spumante, superalcolici, vini bianchi e rossi, persino acqua minerale. Sacrilegio? "Su ogni tavola imbandita dove c'è una buona bottiglia di vino c'è sempre anche una bottiglia d'acqua", allontana da sé ogni sospetto Franco Lunelli. "Volevamo trasferire la mentalità di ricerca della qualità in un comparto economico che ritenevamo suscettibile di grande espansione, con un prodotto elitario riservato esclusivamente a hotel e ristoranti. I fatti ci hanno dato ragione".

Certo l'acqua prescelta non poteva essere uno dei tanti prodotti di incerta provenienza che affollano il mercato. I Lunelli, legati come sono alla loro terra, vanno in cerca della migliore acqua Doc trentina. Alla fine trovano la Surgiva, che sgorga da una vena di roccia alla temperatura costante di 6 gradi (il che dimostra che la fonte è a notevole profondità) in Val Rendena, fra Pinzolo e Madonna di Campiglio, dentro il Parco naturale dell'Adamello-Brenta, una delle zone più protette delle Dolomiti. È acqua formatasi nelle viscere del ghiacciaio AdamelloPresanella.

Da tempo immemorabile la gente del luogo attingeva alla sorgente in località Prà dell'Era, a 1134 metri d'altitudine. Di loro i Lunelli ci mettono l'etichetta (un brioso scarabocchio, lillà per la gassata e blu per la naturale, disegnato da Franco Giacometti, il grafico dei Benetton) e una geniale politica di marketing che porta subito la Surgiva nelle vetrine di Fauchon, tempio parigino della gastronomia, dove viene messa in vendita a un prezzo addirittura superiore a quello della celebrata Perrier.

Nel giro di pochi anni Surgiva diventa l'acqua minerale preferita dagli italiani al ristorante, a pari merito con San Pellegrmo. A stabilirlo è un'indagine che il mensile specializzato "Civiltà del bere" svolge su un panel di 221 locali fra i più rinomati della penisola, scelti nel gruppo di testa della Guida delle guide che lo stesso periodico ricava annualmente dalla comparazione di sette vademecum: Michelin, L'Espresso, Gambero Rosso, Veronelli, Bell'Italia, Accademia italiana della cucina e Viaggiare bene in Italia.

Ma Surgiva è oggi anche un brand di lusso, al punto che per la prima volta al mondo una casa automobilistica, Audi, nell'aprile 2001 la sceglie per sponsorizzarla con una propria controetichetta, subito imitata da Motorola e Siemens. Così come, per restare al mondo dei motori, la Bmw ha deciso invece di battezzare col Ferrari la presentazione della propria Guida d'Italia, vademecum del perfetto bon vivant. Del resto, in una ricerca di mercato condotta dalla Young & Rubicam per conto del "Corriere Economia", lo spumante Ferrari è annoverato fra i 30 marchi più rappresentativi del nostro Paese e nella classifica per categorie produttive (auto, abbigliamento, alimentari, mobili) risulta al primo posto per i vini. Il più bel premio per questo nuovo traguardo viene nientemeno che dalla Michelin. La celebre guida rossa francese aveva sempre brindato all'uscita della sua edizione italiana con il classico prodotto nazionale, lo champagne. Ma poi ha chiamato il Ferrari a far da padrino alla manifestazione.

Bianco, rosso e...

Una griffe di fama così consolidata si potrebbe sfruttare per la creazione di un'intera linea di prodotti enologici di sicuro successo. I fratelli Lunelli preferiscono non dissipare un'eredità secolare e si cimentano nei bianchi usando il loro cognome, affiancato a quello dei poderi.
A partire dal 1987 nascono così tre bianchi: il Lunelli Villa Margon; il Lunelli Villa San Nicolò; il Lunelli Villa Gentilotti. Ma i signori del bianco decidono di mettersi alla prova anche con i rossi, com'è fisiologico che accada a gente innamorata della vitivinicoltura.
L'idea viene pazientemente coltivata per quasi tre lustri. Nel 1985 acquistano il Maso Montalto, sulle pendici del Bondone, e il Maso Le Viane, nel Basso Trentino, due territori altamente vocati. Dieci anni dopo, la prima vendemmia. E finalmente nel 1999 vedono la luce il Maso Le Viane, un uvaggio di Cabernet e Merlot, e il Maso Montalto, un Pinot nero.

Non è finita. I Lunelli esportano il loro cognome anche in Toscana, terra di rossi per eccellenza, acquistando la tenuta Podernovo, presso Pisa, 50 ettari di vigneto, cui subito dopo affiancano un'altra tenuta di altri 50 ettari in Umbria, nella zona di Montefalco, dove si fa un vino fortunato, il Sagrantino, che sta appassionando gli intenditori di tutto il mondo. E l'ultima scommessa di Mauro Lunelh e del nipote Marcello, figlio di Franco, i winemakers del gruppo. Ai quali s'affianca poi Herbert Abram.

Il primo botto del terzo millennio

Il resto è storia recente. Nel luglio 2001 i gioielli di famiglia finiscono in vetrina durante il G8 di Genova, dove in tutte le colazioni ufficiali offerte al Palazzo Ducale, sulla nave European Vision che ospita le delegazioni straniere, all'Acquario e alla Stazione marittima, il cerimoniale della presidenza del Consiglio fa servire, più all'insegna del made in Trentino che del made in Italy, soltanto spumante Ferrari, vini Lunelli, acqua minerale Surgiva e grappa Solera della Segnana. Capi di Stato e di governo in visibilio: il presidente americano George W Bush si presenta di persona nelle cucine, scortato da quattro guardie del corpo, a chiedere un'altra bottiglia di bianco Villa Margon; il cancelliere tedesco Gerhard Schróder guida la pattuglia dei colleghi nel bis di Solera; il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, notato il gradimento generale, qualche giorno dopo fa arrivare dalla Segnana un certo numero di casse da inviare in omaggio ai partner; il presidente della Commissione europea Romano Prodi ordina il rosso Le Viane e, qualche settimana dopo, chiede a Gino Lunelli di spedire sei bottiglie di Giulio Ferrari Riserva al Cremlino, al presidente russo Vladimir Putin, che ha dimostrato di apprezzarlo sopra ogni cosa. "Nihil sub sole novi", niente di nuovo sotto il sole, sta scritto nel libro dei libri, la Bibbia: "Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà" (Ecclesiaste). Persino il più sconosciuto statista del pianeta, Teburoro Tito, presidente della repubblica del Kiribati, in Polinesia, aveva festeggiato l'arrivo del 2000 stappando un jeroboam da tre litri di spumante Ferrari, impreziosito da una delle quattro etichette che avevano vinto il concorso di idee bandito dalla Ferrari tra gli studenti delle accademie delle belle arti di Brera (Milano) e di Napoli.

E lo stesso avevano fatto il vicepresidente e i membri dell'Assemblea legislativa. Sono stati loro i primi uomini sulla faccia del pianeta a vedere l'alba del terzo millennio e a salutarla brindando col Ferrari. Infatti Kiribati è un piccolo arcipelago nell'oceano Pacifico, che comprende fra l'altro le Line Islands (Sporadi Equatoriali), attraversate dalla linea del cambiamento di data. E si ritorna così alla misura del tempo.

C'è un orologio che batte le ore sulla torre di Villa Margon. C'è una meridiana sulla facciata di Villa Gentilotti. Passano i giorni, i mesi, gli anni. Un secolo. Tempus fugit. E allora carpe diem, cogli l'attimo fuggente. Lo consiglia anche Giuseppe Verdi nella Traviata: "Libiam ne' lieti calici / che la bellezza infiora / e la fuggevol ora / s'inebri a voluttà". Siamo sinceri: col Ferrari, riesce meglio.

POSTFAZIONE

Col permesso della Direzione inello spazio a seguire inseriremo altre immagini di eventi Ferrari-Lunelli - stiamo selezionando tra le migliaia di foto
abbiamo preferito lasciare più testo libero sopra, nel 'diario-racconto'



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Alcune immagini per ....