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Chardonnay tra storia cultura e scienza

LA STORIA E LA NOBILTÀ DEL VITIGNO,
LA RICCHEZZA DELLE SUE FORME E LA SUA PLASTICITÀ AMBIENTALE

Attilio Scienza - Di. Pro. Ve. Università di Milano

Alcune recenti scoperte della biologia molecolare hanno in questi anni riscritto l'origine dello Chardonnay e di altri vitigni famosi come il Riesling renano, il Traminer o il Cabernet Sauvignon.


Attraverso l'analisi dei marcatori microsatelliti del DNA nucleare é stato possibile risalire ai genitori di queste varietà che per lo Chardonnay in particolare sono stati identificati nel Pinot nero e nel Gouais bianco. Fratelli dello Chardonnay sono altri vitigni presenti da molto tempo in Borgogna quali l'Aligoté, l'Auxerrois, il Melon.

Come capita spesso in natura per il meccanismo delle ricombinazioni genetiche i risultati degli incroci sono imprevedibili. Infatti il Goùais bianco, chiamato anche Heunisch w. nella viticoltura tedesca dove era un vitigno molto diffuso nel Medio Evo per la grande produttività, fornisce un vino di qualità modesta come chiarisce l'origine del nome, da "gou", che in francese ha un significato derisorio.

La sua origine remota è la Dalmazia da dove venne portato in Francia dalle legioni romane guidate da Probo, imperatore di origine illira al quale va il merito di aver ricostituito la viticoltura francese dopo l'editto di Domiziano.

Probabilmente il vitigno che si originò dall'incrocio, lo Chardonnay, aveva le bacche colorate dal quale poi o per segregazione o per mutazione gemmaria, complice anche l'incipiente piccola glaciazione" che costrinse i viticoltori a preferire i vitigni a bacca bianca, prese origine la versione che conosciamo oggi.

Nelle collezioni ampelografiche più fornite sono comunque ancora presenti Chardonnay non solo a bacca rossa ma anche rosa e grigia. L'incrocio spontaneo e la successiva selezione dei semenzali, rese possibile dal fatto che la moltiplicazione della vite avveniva allora spesso per seme, si realizzò in epoca carolingia, un periodo di grande sviluppo della viticoltura del Nord-Est francese dopo l'abbandono delle campagne durato alcuni secoli per effetto delle distruzioni barbariche.

I vigneti inoltre erano costituiti da numerose varietà dove erano presenti vitigni di qualità come il Pinot nero, frutto della domesticazione delle viti selvatiche locali e vitigni molto produttivi importati spesso dalle regioni orientali. A Carlo Magno ed alla regola benedettina e certosina va il merito di aver ricostituito la viticoltura nelle regioni attorno al Reno.

lì ruolo che la Borgogna ha ricoperto nel collegamento tra il Nord ed il Sud dell'Europa soprattutto nel periodo dei grandi pellegrinaggi religiosi ha, attraverso un diffuso consumo di vino, favorito la selezione genetica del vitigno che si è espressa nella individuazione di piante stabili nella produzione e nella composizione del mosto nei confronti delle condizioni climatiche che spesso in Borgogna non sono molto favorevoli.

Infatti come molti vitigni ubiquitari, ha una elevata capacità d'accumulo di zuccheri, un buon controllo dell'acidità tartarica, una buona tolleranza alla siccità per l'efficienza dell'attività stomatica ed un buon controllo della sintesi dei metaboliti secondari quali i terpeni che sono alla base del suo potenziale aromatico.

Per contro la sua coltivazione più che millenaria e la sua ampia diffusione geografica lo rendono molto sensibile ad alcune virosi (arricciamento ed accartocciamento) alle quali si è aggiunta in questi anni la flavescenza dorata e la malattia di Pierce anche se solo in California.
E' un vitigno che alla elevata plasticità ambientale unisce una altrettanto importante variabilità intravarietale. Questa caratteristica si manifesta nella grande ricchezza di doni dalle espressioni fenotipiche molto diverse sia negli aspetti della produzione che della qualità rappresentata soprattutto dal potenziale aromatico.

Dal punto di vista pratico si Possono cosi distinguere doni da destinare alla produzione di vini spumanti, fermi da consumarsi giovani e da fermentazioni in "barrique". Molto interessante dal punto di vista della qualità del vino è la grande capacità che ha questo vitigno di interagire con le condizioni del pedoclima per dare origine a vini che pur mantenendo alcuni elementi sensoriali di riconoscibiltà legati al controllo genetico, sono capaci di differenziarsi notevolmente e di essere fedeli e sensibili espressioni di terreni più o meno argillosi o calcarei e di climi caldi o freschi in virtù di una gamma di descrittori che nessun altro vitigno può vantare.

Per questo motivo considerare lo Chardonnay tra i vitigni internazionali che danno origine a vini dal gusto omologato significa non riconoscere a questa varietà forse la sua dote più importante rappresentata dalla grande mimesi ambientale che fa dei suoi vini dei testimoni efficaci del luogo dove sono stati prodotti.

Recentemente sono stati creati nuovi incroci e segreganti da autofecondazione di Chardonnay per migliorare le sue doti adattive per ambienti particolari e per trovare individui fenotipicamente simili allo Chardonnay ma tolleranti la flavescenza dorata.

Lo Chardonnay è un vitigno che pur essendo giunto in Italia, in alcune collezioni piemontesi, prima della ricostruzione postfillosserica mescolato con i Pinot nero e bianco, è stato fino al 1978 confuso appunto con il Pinot bianco dal quale veniva distinto con il nome di Pinot giallo per le caratteristiche cromatiche dell'acino a maturità, dalla nervatura del seno peziolare e dalla maggiore tolleranza alla clorosi ferrica.

In Trentino venne introdotto dall'Amministrazione austriaca con il nome di Pinot-Chardonnay attraverso l'istituto Agrario di S. Michele verso la fine dell'800, ma le condizioni economiche del Tirolo italiano di quel periodo, molto precarie, non favorivano certo la coltivazione di vitigni di bassa produttività come lo Chardonnay, soprattutto se paragonata a quella della Vernaccia o del Trebbiano.

La diffusione del vitigno in Trentino ed in parte in Friuli fu frutto dell'intuizione e delle conoscenza della viticoltura europea di Giulio Ferrari che nella sua duplice veste di vivaista e produttore di spumanti aveva compreso le potenzialità qualitative dello Chardonnay.

I primi impianti di un certa entità vennero fatti a Sorni di Lavis e nei dintorni di Trento verso la metà degli anni 20.{mospagebreak}

ESPERIENZE DI INTERAZIONE CON L’AMBIENTE: ESPERIENZE IN ITALIA

Lucio Brancadoro - Di. Pro. Ve. Università di Milano

Lo Chardonnay, appartiene a quel ristretto gruppo di vitigni che, grazie alla costanza delle caratteristiche produttive e qualitative che esprime nei diversi ambienti di coltivazione, rientra nel novero dei vitigni ubiquitari. In generale, questo gruppo di varietà, presentano una buona od ottima capacità d'accumulo degli zuccheri e del controllo dell'acidità tartarica; una elevata tolleranza alla siccità dovuta all'efficienza dell'attività stomatica; un elevata regolamentazione della sintesi dei metabolici secondari quali le sostanze aromatiche e la materia colorante.


Queste specificità hanno permesso la diffusione di questo vitigno, originario della Borgogna, nei più diversi ambienti di coltivazione della vite nel mondo. La presenza di questo vitigno sul territorio nazionale risale alla fine dell'800 ma l'espansione della coltura nella nostra penisola è avvenuta a partire dai primi anni '80, quando riconosciuta la sua identità varietale fino ad allora confusa con il meno nobile Pinot bianco, se ne potuta apprezzare al meglio la potenzialità.


Lo Chardonnay è inoltre caratterizzato da una elevata variabilità intravarietale. Questa particolarità, dovuta alla sua antica coltivazione e alla sua ampia diffusione, ha permesso la selezione di numerosi doni nei diversi ambiti di coltivazione. Ad oggi si possono annoverare 60 diversi doni omologati, 29 francesi, 14 statunitensi, Il italiani, ma ve ne sono anche di origine tedesca e australiana.


Questi doni oltre a differenziarsi per caratteristiche morfologiche e produttive risultano essere molto diversi per il loro patrimonio aromatico sia per quanto riguarda la qualità degli aromi sia per il loro contenuto. Questa caratteristica ha di fatto permesso di classificare i doni in base a questa particolarità, differenziando i doni con spiccata aromaticità moscato (doni "musqué") dagli altri contrassegnati dai più tipici descrittori aromatici del vitigno, questi ultimi a loro volta si differenziano in doni ad elevata, media o ridotta intensità aromatica delle uve.
Queste particolari doti di plasticità ambientale e di ampia variabilità intravarietale permettono, l'elaborazione di prodotti enologici estremamente diversificati. Di fatto con questo vitigno è possibile coprire tutta l'ampia gamma delle produzioni di vini bianchi, passando dalle basi spumanti ai vini bianchi fermi giovani o elevati in legno fino ad arrivare a prodotti che richiedono una surmaturazione o un appassimento delle uve.

L'ampia casistica di combinazioni ambienti-genotipi-finalità enologiche , specifica di questo vitigno, ha consentito in questi anni di accumulare su questo vitigno una consistente documentazione in diverse zone viticole italiane, in particolare sono state condotte indagini in Sicilia, Toscana e Lombardia. l risultati di queste indagini hanno permesso di delimitare con maggiore efficacia i terroir più consoni alla produzione di vini di maggiore personalità e di ottimizzare l'adattamento con scelte colturali più efficaci (miscele clonali, densità d'impianto, portinnesti, gestione della chioma, controllo della maturazione, ecc.)


Nell'ambito di queste ricerche è emerso come il fattore climatico sia preponderante nel determinare le caratteristiche organolettiche dei vini Chardonnay. In particolare si osservato come sul profilo organolettico dei vini risulti molto importante il ruolo giocato dalle sommatorie termiche dei diversi ambienti e all'interno del medesimo. luogo è l'altitudine, dove è posto il vigneto, a determinare il profilo olfattivo dei vini, in funzione degli andamenti termici tra il periodo dell'invaiatura e maturazione.

I dati raccolti hanno fatto emergere come nelle diverse aree della penisola i vini Chardonnay acquistino caratteristiche peculiari.


Quelli delle zone con le maggiore sommatorie termiche sono caratterizzati da descrittori olfattivi di frutta tropicale, melone e fico mentre al gusto emergono per l'elevata struttura, comunque in equilibrio con la componente acidica, d'altra parte i vini ottenuti nelle aree del nord Italia, climaticamente più fresche, presentano un profilo olfattivo contraddistinto da note di aromi primari quali fiori bianchi, frutta, in particolare pera e pesca e di spezie, seguite da aromi secondari di burro dovuti alla fermentazione malolattica mentre al gusto si contraddistinguono per una maggiore freschezza del prodotto. Infine i vini delle zone con clima intermedio presentano note di agrume, fiori e spezie a cui si aggiungono sentori di frutta matura e di nocciola, al palato questi vini si distinguono per la buona struttura e l'elevato equilibrio.


Tra le molecole aromatiche presenti nello Chardonnay, il linalolo è quello che manifesta le maggiori variazioni durante la maturazione, il decorso meteorologico dell'annata può modificare sia i livelli che il momento del contenuto più elevato.

A questo riguardo vi è da sottolineare lo sfasamento tra il picco di concentrazione delle sostanze odorose e la maturazione tecnologica delle uve, che di norma è successivo. L'ampiezza di questa forbice è legata agli andamenti stagionali, annate fresche con un decorsi della maturazione delle uve regolari tendono e restringere questo divario mentre anni caldi con maturazioni repentine o con maturazioni irregolari allontanano i due punti ottimali che bisogna considerare per la raccolta delle uve.


Un ruolo particolarmente importante nell'interazione clima Chardonnay è giocato dalla scelta clonale. I risultati di diverse ricerche mostrano un diverso comportamento dei doni in base alle loro caratteristiche aromatiche. In particolare emerge come in prossimità della maturazione vi sia una repentina contrazione dei livelli di sostanze odorose per i doni aromatici, mentre per quelli neutri il livello tende a mantenersi costante. Inoltre per l'elevata interattività dei doni con i siti e con le annate è. possibile constatare l'incremento dei monoterpeni in doni neutri se coltivati in ambienti ad elevata altitudine e la grande instabilità dei doni "musqué"


Anche se l'influenza del suolo è più difficile da dimostrare in modo così univoco rispetto a quella del clima, le maggiori differenze tra le qualità organolettiche dei vini prodotti in condizioni climatiche abbastanza uniformi sono riferibili alle caratteristiche strutturali del terreno. In linea generale le interazioni suolo-Chardonnay sulla complessità del vino sono più evidenti in ambienti temperato freschi che non in quelli caldo aridi dove prevalgono gli effetti del clima.


In genere, nelle diverse indagini condotte sul territorio nazionale, i migliori risultati si sono riscontrati su terreni argilloso-calcarei, talvolta marnosi ma ben drenati. Mentre i vini provenienti da terreni sedimentari, profondi, sabbiosi, ciottolosi, risultano meno complessi rispetto ai precedenti. A questo bisogna aggiungere che le limitazioni dovute alle caratteristiche pedologiche possono essere in parte superate attraverso opportune scelte colturali.


Le numerose indagini condotte mostrano come, anche per un vitigno definito ubiquitario come lo Chardonnay, si renda indispensabile una attenta analisi delle interazioni genotipo ambiente per poter ottenere la massima valorizzazione delle potenzialità sia del vitigno che del luogo. Questo permetterà di ottenere un prodotto frutto della sintesi del genotipo con il suo ambiente di coltivazione.{mospagebreak}

L’ESPRESSIONE QUALITATIVA DELLO CHARDONNAY IN DIVERSE VITICOLTURE DEL MONDO

John Salvi - Master Of Wine - Gran Bretagna . giornalista e autore di saggi sul mondo del vino, collaboratore di Bordeaux Weather Report



Lo Chardonnay è una varietà di Vitis vinifera europea dalla buccia verde.

È una delle poche uve al mondo che non ha bisogno di essere "tagliata" per dare il meglio di sé. È molto complessa, aromatica ed ha un sapore abbastanza intenso da rendere ottimamente da sola. L'arte dei vinificatori, espressa nel processo di fermentazione ed invecchiamento, insieme al terroir (terreno, clima e uomo), ne traggono un'immensa, intrigante ed ampia gamma di aromi e sapori, delicati e potenti allo stesso tempo. Questo pomeriggio ne proveremo alcuni.


Come possiamo vedere, quando l'uva è meno matura o cresce in climi freddi, spesso ha toni di mela verde, di limone o di agrumi; quando è molto - o completamente - matura ed il clima è caldo, l'aroma ricorda maggiormente i fichi, l'ananas, le mele fatte, i meloni o addirittura il miele.


È una delle varietà d'uva che meglio si sposano con il legno di quercia.

Diversamente da varietà d'uva più delicate, quali il Riesling o il Sauvignon Blanc, è abbastanza potente da accettare, integrare ed assorbire una quantità considerevole di legno nuovo di quercia, che naturalmente rende il vino più intenso, più complesso e pluridimensionale prima di abbandonare tranquillamente la scena dopo aver fatto il suo lavoro. Una volta sposatisi perfettamente col legno di quercia, i sapori dello Chardonnay diventano terrosi, di pane tostato, caramello, vaniglia e sono spesso descritti nel Nuovo Mondo come "burrosi". Non a caso, per introdurre una nota scherzosa, questo vino ha dato origine al detto: "Sia a dicembre sia a maggio lo Chardonnay di delizie vi dà un saggio"!

Da dove proviene lo Chardonnay? Secondo la maggior parte degli esperti, dal Libano, ma non credo che ve ne siano prove evidenti. Negli ultimi anni uno degli sviluppi più affascinanti nel mondo della viticoltura è stata la mappatura genetica delle varietà d'uva. Il DNA ci ha permesso di scoprire esattamente di quali uve si sta parlando, chi erano i loro "genitori" e chi sono i loro figli. Ciò ha convalidato, in linea di massima, il lavoro degli ampelografi ma ha anche portato alcune sorprese piuttosto straordinarie. Dopo parecchi anni di lavoro e di ricerca, sia a Geisenheim in Germania, sia presso la Davis University in California, ora conosciamo le seguenti varietà:

- TRAMINER X PINOT MEUNIER (SCHWARZRIESLING)
- PINOT NERO X GOUAIS (HEUNISCH)
- CHARDONNAY +21 altri


Per ulteriori dettagli si veda l'American Journal of Enology and Viticulture 2000, vol. 51 n. 7-14. Come ho già detto, l'uva Heunisch - o Gouais, come è chiamata in Francia - è originaria della Croazia e si pensa che sia stata portata in Francia dagli Unni nel 4° secolo d.C. È una delle più antiche varietà di Vitis vinifera conosciute.

Anche il Traminer è una varietà conosciuta da tempo. La sorpresa è che l'uva Gouais non è mai stata considerata un'uva di qualità, ma sempre e solo ritenuta rustica, tenace e con un'acidità penetrante. Infatti nei tempi passati era vietata in molti posti per il suo "gusto ordinario".


Gli esperti di genetica pensano che il motivo per cui le uve Gouais e Pinot Nero sono genitori tanto eccellenti stia nel fatto che hanno pochissimo in comune dal punto di vista genetico e quindi si completano l'un l'altra, acquisendo vigore invece di ottenere l'effetto opposto, comune nell'accoppiamento tra consanguinei. Come risulta dal piccolo albero genealogico riportato qui sopra, gli incroci tra Gouais e Pinot Nero hanno prodotto 21 discendenti diversi - fatto pienamente confermato dalla mappatura del DNA - tra i quali lo Chardonnay, il Gamay, il Melon, l'Aligoté Sacy, l'Auxerrois ecc.

La scoperta che l'uva Chardonnay ha gli stessi genitori della Gamay è molto dispiaciuta ai Borgognoni, che guardavano l'uva Gamay dall'alto in basso ritenendo che il loro Pinot fosse di gran lunga più nobile. Oltre a questi 21 discendenti, l'uva Gouais è genitrice riconosciuta di non meno di altre 78 varietà delle quali non è ancora stato individuato il secondo genitore. Tra questi discendenti il più sorprendente è probabilmente il RIESLING, ma vanno ricordati anche il Furmint (Tokaj), il Muscadelle e il Colombard. E ora non seguiremo ulteriormente l'uva Gouais ma torneremo indietro al suo figliolo preferito: l'uva Chardonnay.

L'uva Chardonnay probabilmente prende il nome dall'omonimo comune della Saone-et-Loire.

Ha un'infinità di sinonimi in tutto il mondo, e molti nella stessa Francia; probabilmente è grazie alla reputazione mondiale dei vini bianchi della Borgogna che il nome Chardonnay è diventato quello ufficiale a livello mondiale. Tra i sinonimi più importanti ci sono Pinot e Pineau Blanc (che non è la vera uva Pinot Bianco), Morillon, Auvergnat, Melon Blanc, Melon d'Arbois, Gamay Blanc, Klevner in Alsazia, Weisser Rùlander in Germania. In Cile un'uva è stata erroneamente chiamata Pinot Bianco al posto dei vero Pinot Bianco, proprio come hanno chiamato Merlot l'uva Carmenere. E possiamo ben immaginare la confusione che deve essersi creata in passato con l'uso dei nomi Melon, Gamay e Pinot.


Esiste un'uva Chardonnay Bianco "Musqué", che rappresenta il risultato di una particolare selezione clonale, ma a causa del suo sapore e del suo odore di muschio non è molto apprezzata se non in alcuni vini frizzanti. C'è anche un'uva Chardonnay Rosa, che si trova occasionalmente nei vigneti, ma che non è di particolare qualità. Nessuna delle due è tanto importante da meritare altro tempo.


Portata in Francia, come abbiamo visto, l'uva Chardonnay ha trovato la sua dimora preferita nella Borgogna e nella regione della Champagne, ed oggi io penso che sia corretto e ragionevole dire che queste due regioni sono la sua "terra madre". Qui lo Chardonnay ha prodotto le sue migliori opere d'arte ed ha espresso sé stesso al meglio. Tuttavia, non credo che ci sia una sola regione vitivinicola ai mondo in cui non sia stato piantato almeno qualche filare di Chardonnay.

Il grande ampelografo Galet descrive la pianta e i suoi frutti come segue:

FOGLIA: media, cordiforme, contorta, leggermente bollosa, di un verde chiaro abbastanza vivo, a bordi revoluti, generalmente intera o lievemente trilobata (ma le foglie nate dai succhioni possono presentare tagli profondi).

RASPO E GRAPPOLO: grappoli da piccoli a medi, cilindrici, compatti con a volte due alette. Acino sferico o a volte leggermente oblungo, di colore giallo ambrato al sole. Buccia piuttosto sottile. Polpa poco consistente con vinaccioli relativamente piccoli. Sapore dolce e zuccherino.

MATURITÀ: alla fine del primo periodo di maturazione.

FISIOLOGIA: per molto tempo l'uva Chardonnay è stata considerata la variante bianca di quella Pinot, il che spiega perché in Borgogna fosse coltivata fianco a fianco con l'uva Pinot Nero: l'una destinata al vino bianco, l'altra a quello rosso. lndubbiamente le due varietà presentano alcune somiglianze: nessuno dei due tipi di foglia ha dentellature profonde, la grandezza dei grappoli è simile, i tempi di maturazione differiscono di una sola settimana, ed entrambe producono un vino grande e nobile. Tuttavia, sono molto diverse dal punto di vista morfologico, mentre la VERA uva Pinot Bianco ha una foglia quasi identica a quella dell'uva Pinot Nero.
Ciò può o poteva rendere la vita molto confusa.

Fino ad oggi non è stata vista alcuna vite di Chardonnay Nero, come invece è successo per molti altri tipi d'uva. Tuttavia, non è impossibile che un giorno, in un clima caldo e in zone con molta luminosità, possa avvenire la mutazione in nero dall'uva Chardonnay Bianco. L'uva Chardonnay è sensibile alle gelate primaverili, poiché nel nostro emisfero germoglia alla fine di marzo o all'inizio di aprile. E infatti le gelate sono uno dei problemi che affliggono i coltivatori della Borgogna e della Champagne, vicini al confine settentrionale della viticoltura europea. Proprio come accade per la maturazione, l'uva Chardonnay di solito germoglia una settimana dopo il Pinot Nero.


È una varietà d'uva vigorosa, ma se viene praticata una potatura corta non è: il raccolto ideale è di 30 ettolitri per ettaro, e allora la qualità è eccellente. Tuttavia se la potatura è lunga, la produzione può facilmente arrivare a 100 ettolitri per ettaro e più. Oltre i 70 ettolitri per ettaro si verifica una considerevole caduta di qualità.

L'uva Chardonnay è moderatamente sensibile alla muffa, non incline all'eutipiosi, molto vulnerabile all'oidio ed estremamente vulnerabile al marciume grigio.


Poiché la buccia si assottiglia col procedere della maturazione, a volte si spacca creando le condizioni ideali per la botrytis. Sebbene attualmente queste malattie siano completamente sotto controllo in Francia, l'uva Chardonnay è vulnerabile alla flavescenza dorata ed alla malattia di Pierce, che, come tutti sappiamo, in California rappresenta un grosso problema.


L'uva Chardonnay gradisce la potatura tardiva, dove è possibile, per la protezione dal gelo. inoltre è sensibile alla pioggia ed ai forti cali di temperatura durante la fioritura, che causano la cascola dei fiori o lo sfaldamento o anche l'acinellatura.

Oggi ci sono talmente tanti doni disponibili sul mercato che è impossibile affrontare l'argomento in questa breve dissertazione. Lo stesso vale per i portainnesti. Molti dei doni puntano sul contenuto di zuccheri, il vigore, il rendimento, la maturazione precoce, ecc. e dovrebbero essere scelti a seconda dei terreno, del clima, dei portainnesti e del tipo di vino da produrre, e comunque solo dopo uno studio approfondito.


Statisticamente, l'uva Chardonnay è una delle tre varietà più coltivate al mondo. Come abbiamo visto, in Francia sua dimora sono quasi sicuramente la Borgogna e la regione della Champagne, ma è possibile trovarla anche nella Linguadoca, nell'est della Francia, sulla Loira ed in Provenza e Corsica. E' in rimonta in Italia e Spagna ed attualmente produce alcuni dei loro vini migliori, come spero potremo verificare pomeriggio. È piantata in forma massiccia e a ritmo sostenuto in California, Nuova Zelanda, Australia e Sud Africa ed anche in tutti gli Stati dell'America Latina che producono vino. Le ultime statistiche in mio possesso affermano che in tutto il mondo ci sono circa 150.000 ettari di terreni piantati a Chardonnay, ma ritengo che la vera cifra sia più vicina ai 200.000 ettari. In Austria quest'uva si usa per produrre grandi vini dolci (Trockenbeerenauslese), il che dimostra la sua immensa versatilità.


Uno degli aspetti che voglio sottolineare con particolare enfasi, e l'ho già affermato più di una volta, è che l'uva Chardonnay presenta un carattere molto forte e mantiene quel carattere con grande tenacia in climi diversi, in parti del mondo diverse e in terreni diversi. Ho anche detto che dovunque nel mondo vengano piantate delle viti, non può mancare lo Chardonnay. Questo vino è così popolare che esistono gare di degustazione internazionali dedicate interamente allo Chardonnay. Tra queste la 'Chardonnay du Monde" che l'hanno scorso ha riunito quasi 1500 campioni da circa 30 paesi, e là "Million Dollar Chardonnay Award" che si svolge nella Columbia Britannica.


Lo Chardonnay quindi attraversa il mondo ed ha una sua forte identità. Purtroppo non possiamo fare il giro del mondo, altrimenti staremmo qui fino alla settimana prossima, mentre io ho a disposizione solo 20 minuti. L'OIV (Office International de la vigne et du vin) ha 49 paesi membri, senza contare gli USA, ed in tutti si coltiva lo Chardonnay.

Prendiamo quindi brevemente in considerazione i paesi che dei quali si assaggiano lo Chardonnay nei quali si riscontra una certa ripetitività nella cosa.

E qui di nuovo ci troviamo costretti a generalizzare, visto che non possiamo parlare di tutti i diversi terreni e climi di ciascun paese; e tutti sanno altrettanto bene di me che lo Chardonnay prodotto a Trento è estremamente diverso da quello prodotto in Sicilia. Possiamo comunque dire che lo Chardonnay ha una predilezione per i terreni pietrosi, ricchi di ardesia e ferro che fanno emergere la sua mineralità ma il più delle volte viene coltivato in terreni ricchi che fanno emergere la sua rotondità e la sua potenza.


Occupiamoci ora del Sud Africa, dove lo Chardonnay ha acquisito una buona reputazione. I vigneti si trovano alla stessa latitudine di Jerez, nel sud della Spagna. Qui le vigne si moltiplicano ad una velocità impressionante, direi addirittura eccessiva. Nel 1990 coprivano l'1,5% della superficie viticola, nel 2002 il 5,65%. L'età media delle viti è solo di 8 anni!! Solitamente il vino è rotondo e maturo e raramente esibisce le sue note minerali, ma profuma di cotogna e lime con sentori di confettura e una consistenza cremosa. Rotondo e maturo. Frequentemente, anzi di gran lunga troppo spesso, viene messo in botti di rovere e può acquistare un retrogusto di rovere decisamente marcato. Dal mio personale punto di vista questa non è l'espressione primaria dello Chardonnay ma è immensamente popolare
presso un vasto pubblico, soprattutto se si beve il vino da 5910, senza accompagnamento di cibo. Normalmente questo Chardonnay dà il meglio dopo 4-5 anni.


Per quanto riguarda l'Australia, coraggioso nuovo mondo: qui troviamo l'epitome dello Chardonnay del Nuovo Mondo. Grande, pieno, forte e potente con una struttura solida a volte massiccia. Di solito viene fatto invecchiare, sebbene alcuni ancora sostengano -erroneamente - che il vino australiano non può invecchiare. Ha riflessi più verdi e i toni di limone sono spesso più pronunciati e molto apprezzati. Anche se in molti luoghi il clima è caldo e assolato, solitamente gli Chardonnay vengono prodotti con acidità abbastanza elevate, tali da impedire che la rotondità e la ricchezza divengano troppo pesanti e nauseanti. Questi vini possono accompagnare i piatti più ricchi ma non sono l'ideale se siete di quelli che bevono due bottiglie a pasto. infatti, FREQUENTEMENTE IL CONTENUTO ALCOLICO E' DEL 14,5%. Restano comunque in tutto e per tutto degli Chardonnay e se fatti con perizia e perfettamente strutturati possono essere dei grandi vini.


Esito a esprimere commenti sullo Chardonnay italiano in quanto ritengo che tutti voi sappiate più di me su questo vino. Comunque, stando a quelli che ho assaggiato, l'agrume è piuttosto evidente e spesso vi è un fascino floreale tipicamente italiano. Sembrerebbe che lo stiate piantando sempre più spesso, mano a mano che le varietà francesi invadono l’Italia.


E' stato comunque interessante apprendere che lo Chardonnay fu importato oltre un secolo fa, che in Toscana era noto come "lo Chablis di Montecarlo" e che inoltre proprio qui a Trento è la varietà di uva bianca più diffusamente coltivata, anche più delle vostre uve autoctone. Trovo che gli acini raccolti a maturazione siano più dorati e meno verdi, con profumo intenso e note fragranti di erba essiccata e frutti gialli maturi. Morbido e delicatamente acido nel contempo, è intenso e generoso e presenta gran parte delle migliori caratteristiche dello Chardonnay.


Se ci spostiamo in California, ci troviamo immersi in migliaia e migliaia di ettari di Chardonnay. La California ha adottato questo vino come proprio, gli ha dato una sua personalità e ne ha fatto una bevanda americana. E' di gran lunga la più coltivata delle uve bianche da vino. E' così popolare da essere diventato quasi un sinonimo di "White Wine" ed il controslogan a "tutto il vino sarebbe rosso se potesse" suona "Lo Chardonnay è il Re".

Di solito è molto ricco e viene spesso descritto come titolare di sentori quali la mela verde, la pera, il limone, il fico, l'ananas, il melone, la frutta tropicale e il miele. Per me questo è troppo, è un assortimento di sapori impossibile. Quando viene messo in botti di rovere, cioè la maggior parte delle volte, assume un sapore di vaniglia e di zucchero caramellato.
Per fortuna, di solito i produttori si assicurano che il contenuto di acidità sia abbastanza alto, e in caso contrario lo acidificano, altrimenti questi sapori tropicali diventerebbero decisamente nauseanti. L'acidità serve per supportare la rotondità.

Se di qualità veramente superiore, e in effetti ce ne sono di eccelsi, questi vini propongono toni leggermente tostati di nocciola e spezie esotiche e soprattutto una grande briosità. Secondo il mio gusto questo si avverte quando i toni fruttati sono più di mela e limone che non di fico e ananas, C'è una tendenza - e un mercato - a favore di un'eccessiva maturazione, cosa che secondo me distrugge la qualità intrinseca dell'uva Chardonnay. L'eccessivo affinamento in barrique è molto alla moda ma per fortuna è sempre meno praticato.


Ho collocato la Francia a metà in modo da non dare l'impressione di fare favoritismi. Considerata, come abbiamo già detto, se non la patria di origine dello Chardonnay, almeno la sua dimora, la Francia coltiva questa vite non solo in Borgogna ma anche nella Champagne, nella Linguadoca (sempre di più) e anche nella regione della Loira. Il buon Chardonnay francese, quello veramente buono, è meravigliosamente puro. Pur essendo rotondo mantiene una mineralità straordinariamente pulita, vibrante e speziata, che conferisce una splendida freschezza anche al più ricco dei vini. Gli assaggiatori parlano di miele e fiori bianchi Mi dispiace dare l'impressione di essere prevenuto, e non credo di esserlo, ma un grande Meursault o un Corlon Charlemagne rappresentano l'espressione più pura, più pulita e più precisa dello Chardonnay: un vino non da tutti, con quella che io amo descrivere come "una nobile austerità" che solo chi ha una certa esperienza può apprezzare appieno. Grazia e bellezza abbinate ad una grande maestà.


In Cile lo Chardonnay è molto più esotico ma nello stesso tempo non necessariamente così ricco o rotondo, anche se da quelle parti se ne trova di fatto con piccole quantità di zucchero residuo. Il processo malolattico a volte gli conferisce un sapore e una struttura burrosa. li vino più costoso viene spesso affinato in barrique e non di rado a spese dell'eleganza. Spesso si riconoscono al naso e al palato note di frutta matura come ananas (una versione molto matura di agrume), papaya o altra frutta tropicale insieme ad un tocco di vaniglia. Sono vini ricchi, che comunque rispecchiano decisamente il carattere tipico dello Chardonnay. Sfortunatamente, anche qui vengono spesso lasciati troppo a lungo in botti di rovere.


Terminiamo questo breve excursus con una nuova regione vitivinicola: una regione che per oltre un secolo ha avuto solo Vitis non vinifera e che negli ultimi 20 anni ha trasformato le sue piantagioni quasi al 100% in Vitis vinifera. Parliamo della Columbia Britannica. Ci sono due regione vitivinicole: l'isola di Vancouver e la Valle Okanagan. Le prime viti Chardonnay furono piantate circa 8 anni fa da viticoltori appassionati, pronti a tutto pur di fare dei buon vino. E il successo è già arrivato. Qui il clima è molto più fresco e i vini mi sembrano altrettanto freschi e calmi, ma comunque abbastanza ricchi. Hanno molte più note di mela e pera che di frutti esotici ed un tocco di lime, il che li rende molto rinfrescanti. Nel contempo non sono così semplici.

Alcuni buoni produttori del luogo permettono alla mineralità di emergere e ciò conferisce ai vini purezza e vigore. Secondo me, per via dei clima fresco essi sono più simili agli Chardonnay della Borgogna che a quelli dell'Australia o del Sud Africa, ma a volte il grande caldo estivo fissa gli zuccheri e conferisce loro una certa rotondità. Ritengo che il vino che assaggerete questo pomeriggio vi interesserà se non avete mai assaggiato un vino della Columbia Britannica prima d'ora.


Lo Chardonnay è un'uva forte e assai magnanima - descritta da un famoso teologo come un Cristo dei giorni nostri.

Forte perché si adatta ad una vasta gamma di climi, terreni e trattamenti, riuscendo a conservare comunque e sempre un po’ del suo carattere (naturalmente è questo il motivo per cui è stata piantata in tutto il mondo, al punto che oggi rischiamo di averne in circolazione una quantità eccessiva - in Inghilterra c'è addirittura un Club chiamato "NBCA Club", che sta per "No Bloody Chardonnay Again!", Basta con il maledetto Chardonnay!). E anche se una nuova ubicazione la priva di un po' del suo carattere, ha abbastanza generosità da produrre comunque un vino robusto e dignitoso.

Magnanima perché nella sua forza sa accettare molti errori, manipolazioni sbagliate ed un notevole grado di rozzezza in termini di pratiche di vinificazione scorrette e ciononostante fornire risultati ancora più che accettabili.

E' un'uva che ha molta fiducia in sé stessa ma è anche flemmatica. Non ha bisogno di essere rassicurata, e non entra nel panico.

Quando il vinificatore fa qualcosa che non le piace, lei va con calma per la sua strada e lo ignora, almeno fino a quando il maltrattamento non diventa eccessivo.

Sebbene il tipo di vino ottenuto con l'uva Chardonnay cambi - come è naturale - da luogo a luogo, da Paese a Paese, da clima a clima e da terreno a terreno, esso mantiene comunque le stesse caratteristiche organolettiche complessive, liberando aromi pieni, ricchi, opulenti e generosi. Gli esempi bellissimi ma scarsi di Chardonnay minerale sono rarità che dovrebbero essere tenute in gran conto in quanto ampliamenti e affinamenti delle sue proprietà. Persino in questi casi, e anche se cresce su terreni pietrosi, riesce a rimanere "GRAS".
Come abbiamo già detto, l'uva Chardonnay regge il legno di quercia particolarmente bene. Ottima cosa, perché gli Chardonnay fermentati o invecchiati in botti di quercia sono molto trendy al giorno d'oggi.

Certo, anche se l'uva Chardonnay non si arrende fino a quando non la si affoga letteralmente nel legno di quercia, ciò non giustifica gli Chardonnay completamente danneggiati, disidratati e rovinati che sanno di succo di quercia e spesso si possono trovare sui mercato mascherati da vini MODERNI. Questi vini non sono Chardonnay complessi fermentati in legno di quercia ma semplicemente Chardonnay "al sapore" di quercia e sono un disonore per il buon nome dello Chardonnay e un'onta per i produttori di vino dediti a queste "elaborazioni" - un altro termine orribile a definire il comportamento di chi non permette ad un vino di esprimere i propri sapori ed aromi naturali e di riflettere il proprio terroir.
Per finire, lo Chardonnay ha una eccezionale capacità d'invecchiamento, forse maggiore a quella di qualsiasi altra varietà (sebbene anche il Riesling possa invecchiare molti anni).


Ho avuto il piacere di bere Chardonnay della Borgogna invecchiati 150 anni che erano ancora molto vivi e possedevano una bellezza gentile e fragile insieme, come quella di un'adorabile vecchia signora. Insomma, giovane o vecchio, del Nuovo Mondo o del Vecchio Mondo, economico o costoso, con cibo o senza, lo Chardonnay è il prodotto di una delle varietà d'uva più universali, più affidabili e più 'Vinificabili" oggi esistenti ai mondo.

E tutto questo parlare mi ha procurato una sete monumentale, che potrà essere placata solo da un grandissimo bicchiere di Chardonnay.{mospagebreak}

LA NOBILTÀ DELLO CHARDONNAY E LA SUA VALORIZZAZIONE NELL’ESPERIENZA SPUMANTISTICA TRENTINA

Mauro Lunelli - Presidente Istituto Trento Doc

- Chardonnay, uva internazionale, ma che in Italia sa molto di Trentino.

- Un terzo dell'uva prodotta nei ns. vigneti è di questa tipologia, e non solo da poco come nella maggior parte d’Italia.


L'introduzione dello Chardonnay in Trentino avviene alla fine del 1800 ad opera di Giulio Ferrari che, enologo - viticoltore - vivaista e ricercatore viticolo (vedi i portainnesti che portano il suo nome!) lo importò dalla Francia nei suoi vivai per propagano e destinano inizialmente alla produzione del vino base per il suo "Champagne Ferrari" come si poteva chiamare fino al 1947 quando, per accordi internazionali, quel nome fu riservato in esclusiva agli spumanti di quella regione.


Giulio Ferrari però, non diffuse quelle barbatelle con il nome tecnico - scientifico di Chardonnay, bensì col nome di Borgogna giallo in virtù della provenienza delle stesse. Così si chiamò per svariati decenni, per poi essere chiamato "Pinot giallo", sottospecificazione del Pinot bianco.


Fu alla fine degli anni '70 che su sollecitazione del prof. Manzoni, allora preside dell'ISMA fu svolta una accurata indagine ampelografica che portò quell'uva, ormai diffusissima sulle colline trentine e spinta soprattutto dagli spumantisti che la trovavano molto indicata per i loro vini base, ad assumere formalmente il suo vero nome: Chardonnay.


- Ma perché lo Chardonnay è così diffuso in Trentino?

La nostra provincia è costituita da un territorio montagnoso dal clima continentale dove le viti trovano il loro habitat ideale sulle colline. Questo significa che la vite si coltiva a quote altimetriche fra i 200 e i 600 m.s.l.m., magari in esposizioni solo a mattino o solo a sera, quindi con un'isolazione limitata.


Ciò significa che le varietà a maturazione tardiva o che hanno bisogno di un clima più caldo, vedi la maggior parte delle uve rosse, sono svantaggiate.
E' per questo che in Trentino sono così diffusi i vini bianchi, ed in particolare lo Chardonnay, uva detta di ‘Prima epoca’ in quanto matura molto presto. Il clima delle nostre colline con i frequenti salti termici durante il periodo della maturazione, agevola la formazione dei profumi e ripropone un ambiente simile a zone collocate ad una latitudine molto più a Nord della nostra, tipo Borgogna e Champagne, zone altamente vocate per questa varietà. Aveva visto bene Giulio Ferrari nell'introdurre lo Chardonnay in Trentino, particolarmente ai fini spumantistici.


Ed a questo proposito voglio sfatare il luogo comune che vede il Pinot nero come vino base che dona longevità e corposità allo spumante. I prodotti della Ferrari, di cui ho esperienza diretta, più maturi e documentatamene più longevi sono costituiti di solo Chardonnay che, oltre alla tenuta nel tempo ed alla corposità, dona una leggera aromaticità ed una delicatezza insuperabili.

Naturalmente questi risultati si possono ottenere con una coltivazione molto accurata nel vigneto e con produzioni ad ettaro inferiori a quelle ammesse dalla stessa DOC Trento.


Quando nel 1993 fu istituita la nostra DOC spumantistica, la prima in Italia esclusiva per un metodo classico e seconda al mondo solo allo Champagne, furono ripetute per "opportunità politiche e organizzative" la resa ad ettaro della DOC Trentino, anche se è facilmente comprensibile che un vino spumante che non può essere venduto giovane come i vini bianchi tranquilli, ha bisogno di una struttura più solida, ottenibile solo con una riduzione di produzione ad ettaro. Ma nel grande ci sta anche il piccolo e quindi le aziende più serie si sono adeguate a rese più contenute. Lo dimostra il fatto che su circa 750 ettari dove si è prodotto il Trento DOC, si sono prodotti mediamente poco più di 100 q.li di uva per ettaro, una quantità ottimale per fare qualità.


Negli ultimi anni in Trentino si sono prodotti circa 300.000 q.li di Chardonnay all'anno e di questi circa 80.000 q.li sono diventati Trento DOC per una produzione annua di circa 6-7 milioni di bottiglie.


Se consideriamo che in Italia si commercializzano circa 16-17 milioni di bottiglie di Metodo Classico all'anno possiamo capire quanto sia anche quantitativamente importante la nostra spumantistica. Sulla qualità non spetta a me, in quanto profondamente coinvolto nella produzione, dare giudizi, ma voglio solo ricordare che nelle più importanti guide nazionali dei vini, almeno un Trento DOC è sempre stato ai vertici dei giudizi.


Dalla restante quantità di Chardonnay oltre a quanto viene imbottigliato come DOC Trentino, una parte importante prende la strada di spumantisti di fuori provincia che la usano come miglioratore delle loro cuvée. Questo perché si sono resi conto del profumo, della corposità e della stabilità acida dei nostri vini base.


Lo Chardonnay trentino fa sì che la potenzialità della spumantistica sia pari ad alcune decine di milioni di bottiglie di Trento DOC, situazione che nessun altra zona vocata in Italia può vantare. Fattore questo che ci può far guardare con ottimismo al futuro in quanto il consumo di spumante in Italia è assai modesto (circa 2 bottiglie pro capite all'anno mentre in Francia e Spagna sono più di 4 ed in Germania addirittura 6) ed è quindi ipotizzabile ed auspicabile che in un prossimo futuro ci sia un importante incremento dello stesso con conseguenti ulteriori vantaggi per il nostro territorio.{mospagebreak}

IL TERRITORIO DELLO CHARDONNAY E LA SUA COMUNICAZIONE: ALCUNE NOTE DI METODO PER LA PROMOZIONE INNOVATIVA DI UN PRODOTTO CONSOLIDATO

Riccardo Pastore - AGRIPROJET


Evoluzione della "percezione" di alcuni concetti importanti per il mondo del vino e la sua promozione. è necessario passare da una visione generica e un po' vaga ad una visione più precisa e approfondita di concetti ormai "inflazionati", ad es. i seguenti.
Qualità : è il concetto apparentemente più banale e scontato (chi oserebbe dire che non produce "per la qualità"?) anche se, ovviamente è in realtà, è il più "denso", complesso e ricco di implicazioni. Si tratta di ampliare progressivamente il concetto:
- da Qualità del Prodotto in sé (Q organolettica, chimico-fisica, nutrizionale, ecc)
- a Qualità Organizzativa, Qualità Gestionale, Qualità del Rapporto col mercato, cioè in definitiva a Qualità imprenditoriale (che genera o valorizza a fondo le altre Qualità)

Ecocompatibilità : è un concetto recentemente acquisito e, a parole, assai comune (chi oggi oserebbe dire che non produce "nel pieno rispetto" delle compatibilità ambientali?). Si tratta però di passare:
- da vaga e talvolta ideologica petizione di principio
- a definizione di metodi rigorosi di controllo processi. rispetto di disciplinari, ecc. (fino ai nuovi strumenti della certificazione ambientale e territoriale); va ricordato che il Trentino, con i "Protocolli di intesa per il settore vitivinicolo" e con successive iniziative che vanno nello stesso senso, è stato all'avanguardia nelle tecniche di gestione ecocompatibile dell'uva già dall'inizio degli anni '90.

Territorio : ecco la nuova "parola magica" di cui molti si stanno appropriando, spesso senza una vera legittimità scientifica e culturale


In effetti il concetto "sale" da qualche tempo alla borsa delle "parole-chiave" su cui impostare le politiche promozionali e comunicazionali per il vino; gli esempi sono molti e si possono citare alcune recenti ricerche svolte in varie parti d’Italia (per La Vis proprio relative allo Chardonnay con 30 interviste presso distributori intermedi e finali, in altre recentissime indagini svolte in Piemonte, in Puglia. ecc.)


E' allora necessario qualificare, precisare e caratterizzare questo concetto o parola-chiave in maniera più approfondita e rigorosa per tentare di "misurarne la consistenza reale" ed attribuirgli un "contenuto comunicazionale" che non sia "banale"


Quindi : il "territorio" di un'azienda o comunque di una organizzazione operante nel mondo del vino si può meglio approfondire esaminandone alcuni aspetti (o "assi"); più in particolare:

- "asse" degli aspetti tecnici, ovviamente, ma anche
- "asse" degli aspetti culturali

- "asse" degli aspetti macro-economici (filiera)

- "asse" degli aspetti politico-istituzionali


Vediamo quindi più in dettaglio questi diversi aspetti e significati del concetto di Territorio legato al vino.


Aspetti tecnici (agro-eno) e relativi strumenti di indagine e valorizzazione


Solo un cenno (in diversi altri interventi di esperti se ne è già parlato a lungo e con competenza):

- "zonazione" (es. le esperienze La Vis, fra le primissime in Italia, e varie altre)

- "agricoltura di precisione" (e nuove tecniche informatiche-telematiche "fini" di analisi territoriale con GPS, GIS, ecc.).


Aspetti culturali


Per una azienda viticola il "territorio" é soprattutto il luogo di provenienza delle uve.

Per una CS in particolare il "territorio" è il territorio della base sociale e, soprattutto, è la cultura produttiva dei suoi soci. In modo sintetico ed emblematico si può dire che: per una CS "I territorio è il socio e, specularmente, il socio é il territorio"

Conseguentemente : la assistenza e la formazione del socio sono elemento essenziale su cui investire a fondo per la costruzione della "qualità del territorio locale"; si possono citare anche varie esperienze di La Vis nel potenziare la "cultura dei soci" (anche con recenti attività formative per i "giovani soci"), nel diffondere e far condividere a livello capillare le strategie di valorizzazione territoriale perseguite dall'azienda, ecc.

Aspetti macro-economici (filiera)
Il territorio di una azienda (privata o Cantina Sociale) è anche il modo in cui essa è valorizzata dalla filiera à valle: distribuzione specializzata, ristorazione, enoteche ecc.; sono loro che "comunicano" - più o meno consapevolmente - il maggior o minor radicamento territoriale reale della azienda e dei suoi vini.

Paradossalmente quindi : il territorio "virtuale" di una azienda è anche quello che arriva all'ultimo distributore dei suoi prodotti : la "qualità percepita" del territorio è quindi data anche dalla trasparenza ed efficacia della filiera nel trasmetterla (ad es. a seconda della maggiore o minore capacità ed efficacia della struttura distributiva a "vendere bene" - cioè con professionalità ma anche "con passione" - una significativa innovazione legata al territorio, ad esempio il nuovo prodotto di una "sottozona").

Aspetti politico-istituzionali


Territorio è anche l'immagine complessiva che deriva dalla "Politiche territoriali" più o meno valorizzanti perseguite dalle Istituzioni locali (PPAA, APT, CCIAA, ecc.).

Esse possono diffondere efficacemente e valorizzare o - viceversa - contenere o frenare l'immagine di un certo territorio vitivinicolo a seconda delle loro scelte.

Ad es. attraverso politiche urbanistiche più o meno incisive, attraverso politiche di promozione e valorizzazione territoriale e turistica, con l'organizzazione più o meno efficiente delle Strade del Vino ecc. (un esempio "storico" a questo riguardo è certamente la Toscana, per rimanere solo all'Italia, ma politiche efficaci ed azioni assai positive sono anche state attivate da tempo in Trentino).


3) Considerazioni conclusive

Appare effettivamente credibile ed eticamente corretto (e quindi "legittimo") per una azienda utilizzare il Territorio fra le "parole-chiave" della sua comunicazione quando questo insieme di aspetti, che caratterizzano la sua attività e soprattutto i suoi vini, sono "reali” e quindi in qualche modo "verificabili".

In questo caso si riesce a coniugare l'efficacia di un solido aggancio con la realtà con l'impatto emotivo positivo derivante dall'essere percepiti come azienda "seria e credibile “l'azienda fa cioè della comunicazione che è ad un tempo "commerciale” ed "etica" (e, come noto, questo tipo di comunicazione è sempre più apprezzata sia dai clienti intermedi e dai consumatori che da una vasta area di altri soggetti, ad es. opinion leader, interlocutori I stakeholder ecc.).
Il problema si pone in modo particolare proprio per un vitigno come lo Chardonnay che essendo ubiquitario e "mondializzato" necessita, per le singole realtà produttive, di essere sempre più "declinato localmente" in maniera efficace.

Gli interventi generali fatti prima (in particolare dall'Università di Milano) ne confermano la necessità. Gli interventi più specifici relativi al Trentino ed alla zona di La Vis evidenziano l'esistenza di numerosi parametri oggettivi per pervenire alla produzione di diversi Chardonnay sempre più caratterizzati in base a connotazioni realmente specifiche e differenzianti : sono queste le linee su cui si sta lavorando.

E' il problema di fondo di ogni politica di produzione - e quindi di promozione e comunicazione - che deve puntare alla "differenziazione" ed alla "percezione forte" dei suoi messaggi per poter raggiungere e insediarsi legittimamente in quell'angolo buio ma essenziale che è la "memoria" del cliente (intermedio o finale che sia)


E' quindi fondamentale realizzare tipologie di Chardonnay (e diffonderne la conseguente immagine) che presentino caratteri di "irripetibilità", combinando in maniera creativa e brillante (che quindi stimoli l'immaginario) ma nello stesso tempo seria e credibile (che quindi sia fortemente ancorata al reale) gli aspetti tecnici (agro-eno), culturali, macro-economici ed anche di immagine territoriale generale del proprio contesto locale.

Ovviamente in modo diverso e con diversa capacità di influenza:

- i primi due sono aspetti direttamente gestibili dalla azienda e, per molti aspetti, pesano più degli altri

- il terzo ed il quarto lo sono progressivamente di meno e riguardano più vastamente la filiera ed il sistema locale ed i rapporti che l'azienda è stata capace di realizzarvi.


L’efficacia di comunicazioni sul sistema vitivinicolo locale che arrivino ai destinatario e -soprattutto - restino nella sua memoria e la positiva veicolazione di "immagini differenzianti" del territorio dello Chardonnay riposano dunque sulla capacità delle aziende di combinare in maniera innovativa e credibile tali vari aspetti o "assi" della Comunicazione.


Il "territorio dello Chardonnay" di La Vis sembra possedere in alto grado tali diverse componenti (produttive, culturali, macro-economiche, istituzionali) che possono essere "combinate" efficacemente per costruire e consolidare una immagine di forte differenziazione e di positiva riconoscibilità del suo specifico "sistema di offerta".