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Il vino italiano tra cronaca, scandali, e clonatori.

 L'immagine reale del vino e le sue qualità, non sempre garantite dalla legge, ma dalla severa professionalità dei nostri vignaioli e cantinieri che, nonostante la non politica,  continuano a conquistare fette di mercato nel mondo. E meno male che il ‘Made in Italy’, in generale, non risente di tante negatività spesso create anche da alcuni di casa nostra.

  Ci risiamo!!?? - Quasi ad ogni stagione, o giù di lì, il Vino ‘Made in Italy’ si deve confrontare con  le dissennate cronache che parlano di 'malaffare', di frodi, di clonazioni di nomi e di vini che hanno fatto la storia della nostra enologia, ma anche di metanolo. Ricordate lo scandalo del 1986, appunto, che riguardava l'affare metanolo, proprio nel cuore del 'rosso' Piemonte. Rosso, non nel senso ideologico, ma come Patria eletta dei grandi rossi di quella generosa terra che fa onore ( anche se a volte si esagera con i prezzi ) etichettando bottiglie che diventano tesori da bere con religiosa, o almeno bacchica, attenzione.

Al tempo della mia direzione di un periodico di Milano scesi armato di penna che fu 'simbolica spada' per difendere la serietà della grandi e celebri casate e ‘famiglie’ del vino, che mai si sarebbero sognate, anche solo minimamente di voler 'modificare' di un millesimo, la qualità dei loro capolavori. Parlo dei Lunelli-Ferrari, dei Frescobaldi, degli Antinori, dei Gaia, degli Incisa della Rocchetta,
 Fui attaccato dai soliti 'grilli parlanti e scriventi' della ‘controinformazione’ ufficiale di un certo sottopotere che albergava nella Milano cosiddetta proletaria, che mi accusarono di essere schierato con le grandi realtà vinicole, a danno, secondo loro, dei 'poveri vignaioli' proletari, bravi a trarre dalle loro vigne, vini senz'atro 'genuini'.
Guarda caso era stato proprio un vignaiolo, contadino, dilettante alla 'rafa raffa', che voleva imitare il Galileo - nel senso del Gesù dei Vangeli -  che con sacro misticismo e molta bravura si cimentò a tramutare l'acqua in vino. Ma il contadino piemontese, approfittando dell'assenza, forse per malattia o ferie, del suo 'enologo', tentò da solo di farsi il vino nei grandi contenitori di acciaio, aggiungendo, senza parsimonia, al vino 'contadino' il metanolo che fece strage di bevitori, e strage per un breve periodo dell'immagine del vino italiano. Qualcuno scrisse o disse, come alcuni dicono ancora oggi che “da una disgrazia e uno scandalo, anche planetario, si poteva trovare la forza di ricostruire un'immagine regale”.
Questo conciso aforisma me ne fa venire in mente uno attuale, accennato dal ministro De Castro, che, come si legge nel testo, giuntoci dal Corriere vinicolo ( che reputo il numero uno, per quanto scrive e fa per l’universo del vino ), accenna che "non bisogna fare di tutta l’erba un fascio".
Ci mancherebbe altro signor Ministro De Castro, ma credo che di là degli slogan, o aforismi, o frasi fatte, sarebbe il caso di 'equipaggiare' meglio, e in forze più numerose i Nas, o comunque i corpi addetti o addestrati per reprimere frodi e clonazioni. per evitare che poi qualche altro Ministro a  venire, citi ancora un aforisma per tranquillizzare i consumatori, dando magari qualche pacca sulle spalle ai vignaioli che incontra nel suo itinerare per saloni e cantine.
Noi non solo ‘non facciamo di ogni erba un fascio’, ma denunciamo da molti decenni frodi e sofisticazioni, come quelle perpetrate a danno di molti prodotti del Made in Italy.

 Desidero accennare a ciò che mi capitò di assistere, nel 1985 se non ricordo male la data, quando fui invitato dal Ministero, e a scendere dalla regione Lazio e la provincia di Rieti, per registrare la cronaca, a Montreal (Canadà), in occasione del ‘Salone del vino e degli spiriti’, nel senso degli alcolici, e non di una parata di fantasmi.
Ebbene, a rappresentare il vino italiano, oltre al solito Frascati e qualche buon piemontese, ci fu qualcuno che dalla Terra di Terenzio Varrone: la Sabina reatina, pensò bene, in accordo con qualche ‘compare’ politico della zona, di spedire via aerea un bancale, che ingabbiava dei cartoni di un vinello, bianco, smilzo, defunto già da alcune stagioni, quindi non venduto perché tale.
Non un vinello sofisticato artatamente, giacché ci  aveva pensato la natura a farne una soluzione idroalcolica, senza carattere, né parvenza di una risposta organolettica al limite della percezione. Un vino ormai ‘defunto’ già da qualche anno, portato li per fare un favore al ‘compare’. Alla dogana, interna al Salone, guardata a vista da severi controllori, il bancale intero fu considerato non più contenitore di un prodotto ‘alimentare’ o commestibile: Lo sapevamo scarso quanto vuoi ma non a così infimo livello, tanto che il bancale fu ‘bevuto’ da una ‘benna’ meccanica agganciata ad una potente gru, che in un batter d’occhio schiacciò tutto il bancale facendo fuoriuscire quel vinello, che doveva rappresentare una provincia vinicola italiana, e che finì al macero insieme ai cocci del migliaio di bottiglie, e ai legni del bancale. Una figura di me…per quel Made in Italy, tanto decantato ma non ‘protetto’ da chi avrebbe dovuto.
I cugini d’oltralpe: quelli di Sopexa, se la ridevano, anche perché il vino di una regione italiana doveva essere messo in mostra in un disadorno spazio, che rimase miserevolmente vuoto. Il funzionario responsabile dell’ICE, con le mano in tasca, se la rideva, quasi una cinica solidarietà con i nostri cugini transalpini. Dopo la beffa un’altra italica manifestazione di autolesionismo ruspante.

 Al ritorno dal Canada redassi un pezzo sulla rivista di marketing e comunicazione che andava per la maggiore, descrivendo l’accaduto. Ma era cronaca inutile, tanto che chi  doveva intendere e registrare lo smacco,  se ne ‘fotteva’ di ciò che noi avevamo reso pubblico per l’amarezza di aver assistito, all’estero,  all’ennesima figuraccia del ‘Made in Italy’.
Per non parlare, poi, del gusto italiano per le cose di cucina. Alcuni titolari di certi ristoranti di Roma, sponsorizzati dal Ministero, offrirono il giorno dell’inaugurazione del Salone una specie di “Amatriciana” i cui ingredienti erano del posto. Ancora più sconcertante fu che il guanciale era sostituito da un salatissimo Bacon affumicato (quindi non il tradizionale e scontato guanciale suino). Fu servita, l'Amatriciana alla 'canadese', su leggeri piatti che erano di plastica leggerissimo, accompagnati da cucchiai di plastica. Per bere un vinello che non ebbe storia forse perché offerto, anche lui, in bicchierini di plastica. Me ne vergognai a tal punto che da quel giorno decisi,di non voler essere più coinvolto da politici e politicanti o da pseudo autorità ‘stataliste’, e insipienti. (Nella foto AQL che s'interroga sui problemi del Made in Italy)

A proposito di ‘clonazioni’ di nostri vini, ricordo ancora che da uno dei miei viaggi in giro per il mondo, portai al Conte Attems, Presidente del Consorzio del Collio, due bottiglie di vino – presunto italiano -  nelle cui etichette faceva bella mostra il nome ‘Kollio’ e in etichetta un equivoco riferimento al vino italiano di quella zona Doc.

 E’ vero che altri furfanti hanno tentato, anche nel recente passato, di gabbare i consumatori inesperti, non solo spacciando mediocri rossi per Chianti o per Brunello, e formaggi da poco per Parmigiano. Anche altre specialità del ‘Made in Italy’ venivano, e vengono  ‘imitate’.
 Cosa dovrebbero dire allora coloro che vedono copiati grossolanamente modelli esclusivi, ad esempio, di costosissimi orologi? Si tratta, in questo caso, di veri bidoni marchiati Rolex, venduti già trenta anni fa in luoghi di transito di alcuni paesi dell’estremo oriente. Ora vengono offerti in decine di messaggi via Internet.
Per non parlare della recente stravagante cineseria d'imitare anche i nostri Ferrero Rocher. Un caso, dopo anni di battaglie legali, andato finalmente, a buon fine.

Purtroppo, la globalizzazione , nonostante le sue potenzialità, può essere terreno di inaudite violazioni di alcune regole, anche elementari, che tentano di proteggere la salute del consumatore, oltre che il portafoglio. A farne le spese, oltre ai costosi e celebrati capi di abbigliamento e complementi che vanno di moda, è il settore alimentare, vino compreso…naturalmente.
Ad essere seri ed obbiettivi, ci capita di assistere a cronache che al contrario parlano di successi, di vittorie che sono veri e propri trionfi come è capitato alle bollicine Ferrari che hanno battuto, in recenti competizioni internazionali, i grandi, celebri e celebrati maghi dell’enologia transalpina.
Ci vuole più serietà e non invidiare o elogiare in modo 'gratuito', ad esempio, la viti-enologia cinese, che produce vini che generalmente sono di scarsa o scarsissima qualità, e che possono costare anche meno di un Euro alla bottiglia.
 Nella sola provincia di Shandong sono in attività circa 30 mila viticoltori. Ma per i cinesi il consumo di vino pro-capite, almeno per adesso, è soltanto ¼ di litro di vino l’anno. Quindi ‘campa cavallo’…per raggiungere quote più interessanti per l’export dei vini, cosiddetti ‘occidentali’, o giù di lì. I vini che tentano di esportare da quelle parti, anche i nostri produttori, o quelli delle altre zone vinicole europee, spero che siano, almeno, degli onesti e discreti vini, con denominazioni controllate, garantite almeno dall’onestà dei singoli e non dalle sole leggi.
D’accordo che i Cinesi, almeno dalle dicerie dei circoli economici australiani, interessati alla produzione di quel Paese, che ha raggiunto anche qualità superlative, sembra che le loro cisterne che rimangono ancora con tanto vino nei loro corpi metallici, siano ‘ideali’ per essere svuotate dai bevitori di vino cinesi, con qualche potere d’acquisto un po’ elevato, giacchè i nuovie veri  ‘signori’ dell’economia, che raggiungono, si dice - ma chi sa la verità, vera - il numero di oltre 110 milionidi cittadini. L’altro miliardo e 400 milioni di cinesi, circa, si accontenterà ancora, e per molto tempo, di bere tè o qualche vinello della ‘casa’ prodotto nelle nuove province vitivinicole del Celeste Impero.

 Ormai consunto dal tempo, io vivevo già quando in Italia si consumavano intorno a 120 litri pro-capite l’anno, passati attualmente, secondo statistiche un po’ ballerine, da 40 a 50 litri l’anno.
Il vino di qualità italiano, che ha raggiunto vette qualitative impensate fino a qualche decennio fa, si fa strada con i propri 'numeri', nel senso delle caratteristiche più che pregiate,  nonostante che un giornale inglese da ‘cantero’…pardon!, intendevo dire che ha fatto ‘pipì ‘fuori dal cantero,  tentando di screditare, a suon di giudizi più che impietosi, alcuni rossi toscani di celebrate case vinicole di quelle parti.

Ne sappiamo qualcosa anche nei nostri fatti quotidiani. Si cerca, da parte di molti, di screditare sempre o quasi sempre, i ‘vincenti’ in tutti i campi: spesso per gelosia…naturalmente, o perché ubriacati dalla propria pochezza. Chi infatti, parlerà male del poco vinello di un piccolo sconosciuto vignaiolo, che fa quattro bigonci di vino per uso ‘casalingo’?
Non furono, infatti i Fenici, derisi, e maltratti anche da molti autori e cronisti storici dei secoli passati?
( Traggo questo finale di poche righe, che può apparire polemico, dall’ultimo capitolo del Primo volume della mia “Storia dell’uomo attraverso il suo cibo” )

“Scrive Plutarco, a proposito dei Fenici: «Sono un popolo rude e tetro, sottomessi con coloro che li governano, ma dispotici nei confronti di coloro che sono da essi governati; sono abietti nei momenti di paura ma feroci nella collera, irremovibili nelle loro decisioni e rigidi a tal punto da non curarsi dei piaceri e delle gioie della vita».
Dal momento che le loro imprese si realizzarono pienamente secondo le loro aspettative, essi misero insieme ingenti ricchezze e intrapresero a navigare al di là delle Colonne d’Ercole nel mare che gli uomini chiamano Oceano».

Diodoro, con una riflessione finale, che secondo me può essere considerata la verità intermedia sui Fenici così termina: «I Fenici dunque, come sembra, sin dai tempi antichi furono abili nel fare scoperte in vista del proprio guadagno».

A proposito dei Fenici io concludo, avendolo scritto, che furono: “Abili, furfanti, navigatori senza eguali, insuperabili nella produzione di colori per tessuti, commercianti disincantati, pastori o capaci agricoltori, strateghi, anche se feroci, guerrieri non sempre vincitori, costretti dalla ristrettezza dei loro spazi nella Patria d’origine ad inventare il mare come loro patria adottiva; furono per secoli padroni di tutto il Mediterraneo. Di un popolo così, si può anche parlare male: per gelosia naturalmente”.

 Speriamo che per gli Italiani di questa Italia moderna, siano come i fenici ‘maltrattati da moderni Plutarco, che per gelosia, per sleale spirito di contrasto rispetto alla nostra, fulgida Storia passata, tentano di screditarci, anche perché, alcuni di noi o in quelle parti della nostra bella Penisola, qualcuno si danna l’anima per farci apparire, con gli atti quotidiani del nostro vivere, come dei ‘romantici, maccaronari, cantastorie...anche un po’ ‘male in arnese’ almeno in alcuni ‘posti’ considerati da sempre un ‘paradiso in terra’.

“Così van le cose” . Però meno male che almeno per il Made in Italy - e non solo per ciò che riguarda il vino - siamo ancora dei potenziali ‘facitori’ di cose sublimi e spesso inarrivabili come stile, gusto, bontà, perfezione, anche in alcuni settori tecnologici, e non solo per le cose da indossare o calzare. Brindiamo dunque, per autogratificarci, con uno superbo rosso piemontese o toscano, o con un calice di scintillanti bollicine del Trentino o della Franciacorta. 
Possiamo concludere affermando che questo stivale a forma di un antico contenitore in vetro, che il 'fattore supremo' a voluto disegnare proprio a forma di uno stivale, dalle 'Alpi a alla punta estrema della Sicilia che è resa celebre da Pachino dove si produce un grande Nero d'Avola che fa onore alla nostra enologia, possa essere  idealmente riempito non solo di nuove affermazioni del Made in Italy ma anche delle tante nostre speranze di tornare ad essere un Grande invidiato Paese ...ambito non solo da turisti ma anche da investitori convinti delle nostre potenzialità.