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PIANETA BIRRA BEVERAGE AND CO. PORTA I BUYER ESTERI NEL SUO KALEIDOSCOPE







(Dall'Ufficio Stampa di Rimini Fiera - Le foto sono state inserite dalla nostra Redazione OIFB Italia)
Tra le principali novità di questa decima edizione di PIANETA BIRRA BEVERAGE & CO., che si terrà a Rimini Fiera dal 23 al 26 febbraio 2008, vi è la proposta che Rimini fiera SpA dedica al mercato estero che vede nella kermesse riminese un importante punto di riferimento nel settore tenendo conto della contemporaneità con MIA, MSE e Oro Giallo.
Il fil rouge di questa edizione lega PIANETA BIRRA ai buyer mittel europei e Germania, Francia, Belgio e Paesi dei Balcani sono i principali interlocutori con i quali gli organizzatori dell'esposizione internazionale di birre, bevande, snack, attrezzature e arredamenti per pub e pizzerie creano sinergie e sviluppano l'offerta dell'esposizione.
Per questa decima edizione, a fianco delle operazioni utili a fare incontrare domanda e offerta, Rimini Fiera SpA ha messo in campo nuove esperienze. E' il caso per esempio di "kaleidoscope -the changing dream bar". Curata da progetto Morfeo, con gli architetti Cristina Corti e Roberto Vanissi. Si tratta di un'area espositiva di oltre 350mq posta nel padiglione A1 (padiglione dedicato a soft drink e acque minerali) e collocato adiacente l'ingresso principale (ingresso sud) della Fiera.
In questa zona sarà proposto uno spazio di accoglienza e di interscambio per i buyer esteri e anche per gli operatori della stampa, diviso in tre aree: la progettazione, al cui interno viene proposto un Bar Lounge denominato "Kaleidoscope", dove grazie a tecnologie e domotica in abbinamento a materiali innovativi e interattivi, viene modificata l'ambientazione del locale a seconda dell'esigenza e del momento della giornata.
I rivestimenti andranno dalla pietra a resine cangianti particolari; un'area formazione ed eventi dove saranno organizzati incontri giornalieri, appuntamenti divertenti, veloci e spettacolari fuori dei canoni tradizionali e dove si terranno spettacoli come per esempio il "The Glass Stack Sparkling" wine/Champagne fountain. Si tratta di una piramide realizzata con 1500 bicchieri che saranno colmati di spumante/ champagne, utilizzando per l'apertura delle bottiglie l'arte degli sciabolatori della Confrérie du Sabre d'Or, Eredi di un'antica tradizione cara agli ussari di Napoleone che brindavano alla Francia dopo ogni vittoria; e infine l'area accoglienza e incontro caratterizzata da una zona open space dove sarà possibile per i buyer esteri incontrarsi o assistere  a piccole conferenze oppure a piccoli incontri di presentazione prodotti.




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DI PUNTO....IN PUNTI DI VISTA

Scrivo di vino e di altre bevande, deliziose, infide o intriganti, da almeno 2/3 della mia vita di poeta disincantato, ma lucido. Ho dovuto scrivere di queste cose, per professione e non per diletto né per edonistica voglia di lasciare agli eredi testimonianza del mio vagabondare nel mondo tra vigne e cantine, tra birrerie e locali dove il vino o la birra sono come l’incenso nel contesto di una funzione religiosa. 
Scrivere di birra era però anche passione. Lo sanno coloro che ebbero ardire e voglia - spero perdonandomi - di leggermi a proposito della mia tesi sulle origini della birra.
Per mestiere ho continuato a scriverne, per qualche decennio, poi, per colpa della mia passata follia di audace bevitore di birra, il mio tasso uricemico diventò talmente alto da punirmi. Per un po’ cercai di dimenticare quei boccali di vetro pesante che le solerti cameriere mi continuavano a portare nella fumosa e ‘ciarliera’ birreria di Monaco, dove si dice fosse passato Hitler e i suoi 'guardiani' a bere birra.
La birra era entrata nel mio bagaglio di voglie e fantasie che mi tormentavano, poi un leggero distacco, tanto per punire la mia sete di bionde o di scure, di lager o di stout, per tornare per molti anni a degustare – per lavoro naturalmente – calici di vino e bollicine che mi hanno portato, silente e pensieroso, un po’ alla volta a cambiare gusti e voglie.
Ma era solo un’accorata  vacanza, speranzoso nel segreto della mia mente, di tornare un giorno ad essere ‘compagno’, quasi quotidiano, della bevanda di Cerere.Mi tornavano in mente i miei primi approcci, quando ancora ragazzo, sul finire degli anni '40, cercavo di scolare le ultime gocce di birra che i grandi lasciavano in fondo alle classiche bottiglie, con tappo meccanico, per noi 'sabini' una familiare immagine della Birra Peroni.
Sapevo che la crisi di astinenza, non sarebbe durata a lungo giacché era in agguato un quasi primordiale desiderio d'intigere le labbra sulla schiuma che si forma sul bordo del boccale, o nei moderni calici con i quali si degusta la birra.
Per ricredermi definitivamente,  ci voleva, in tempi molto recenti, Pianeta Birra di RiminiFiera, che scoprii, complice il fatto di essere penna marginale della rivista più bella che mai sia stata editata in Italia, che ha come tema quasi unico: “IL MONDO DELLA BIRRA”.
Come mi piacerebbe che s'interessassero a Pianeta Birra, tutti coloro che, non solo per gratuita passione, ma per nobile e remunerativo mestiere, gesteiscono locali dove la Birra - pur avendo a che fare con un liquido rivale, più conosciuto e bevuto in Italia, tanto che con razzistica anticipazione la chiamarono Enotria - pur con alti e bassi resiste e si difende.
Dovendo stare alle regole che il mestiere di cronista m’impone, debbo fare un po’ di cronaca del mio incontro con la città di Rimini ( forse più incantata dal Sangiovese o dall’Albana ) per qualche giorno diventa capitale della bevanda di Cerere. Capitale non solo dignitosa ma meritevole di attenzione, soprattutto da parte di coloro che alla birra fanno riferimento, certamente anche per passione, ma soprattutto per far quadrare i bilanci di migliaia di locali che alla birra si rivolgono, alcuni senza il dovuto ‘sapere’, se non tutto lo scibile su questa deliziosa bevanda. Importante è conoscere almeno gli elementi da tener di conto per le forniture, le tipologie sempre più variegate, il mantenimento ottimale delle scorte, e soprattutto come servirla al tavolo o al banco di mescita. Importanti sono gli elementi indispensabili per soddisfare le nuove esigenze dei variegati target di clienti che con la globalizzazione, tra viaggi di lavoro e di piacere, hanno affinato non solo la propria capacità di degustare, ma anche una certa dose di spirito critico. Ne so qualcosa, giacché ho dovuto rompere con il barista del locale sotto il mio studio di Milano, il quale, un giorno, ad una mia amica, pretenziosa e un po’ snob, tanto da rasentare un certo livello di ‘rompimento di..’ il tizio osò servire una birra, che quando la stappò davanti ai nostri occhi apparve in tutto il suo degrado. 
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Era  stata mortificata dal tempo, e dal gelo, troppo a lungo, tanto da apparire morta e senza schiuma, ma soprattutto di un colore che denotava il degrado anche dal punto di vista del limite minimo di accettabilità organolettica. Gentilmente le chiesi di cambiarla, ma mi apostrofò con queste poche parole: “Lei sarà anche un grande giornalista, o scrittore, ma vuole insegnare a me il mestiere che ormai esercito da oltre dieci anni?” Questo è quanto. Di certo è un caso isolato. Però, troppi pseudo baristi o mescitori, non conoscono ciò che servono, non solo dal punto di vista sensoriale, ma anche da quello di un normale livello di accettabilità.
Rimini Fiera con Pianeta Birra, come avete  potuto leggere sopra, prima delle mie ciarle, si tiene dal 23 al 26 di febbraio. Un viaggio di grande interesse, giacché saranno presenti tutti i protagonisti, a livello internazionale, che fanno della birra un liquido strumento per conquistare una clientela, sempre più esigente, e spesso ‘presuntuosa’, perché, magari, vuol far vedere che sa tutto, anche se conosce solo alcune regole di base.
Ma se il cliente può non conoscere ciò che è più materia da specialisti, il mescitore, sia esso barman o altro personale che serve al banco o al tavolo, deve non solo far fare bella figura al locale, ma deve soprattutto sapere il massimo, dandolo per scontato, e con francescana umiltà far capire al cliente di sapere tutto o quasi, consigliando  il massimo, per lasciare intendere che il locale ha tutti i numeri per soddisfare le attese, facendo sfoggio di conoscere anche i particolari.
Rimini Fiera con Pianeta Birra  e il Mia, nel suo complesso, può essere, senza tema di essere smentito, un palcoscenico aperto nel quale s'incontrano e magari si scontrano, gusti, sensazioni, attese, e soprattutto risposte ad ogni pur marginale interrogativo. Non è forse un’Università per un dottorato sulla birra, ma è senz’altro palestra per apprendere, memorizzare e confrontarsi con la più attuale, moderna, ed esaustiva, parata di operatori protagonisti, e di mille e mille prodotti, forse già conosciuti, ma ci può essere anche l’occasione di conoscere le ultime birre nate dalla fantasia e dall’intraprendenza di mastri birrai che parlano lingue diverse e magari dialetti, o modi di dire in uso nelle corporazioni di mastri birrai. Tutto in sintonia con la civiltà della birra che ormai ha quasi un millennio di vita (parlando della birra come noi la intendiamo…naturalmente), ma certamente dalla scoperta del luppolo dal potere amaricante ma anche salvifico, per la stessa bevanda.
Non posso dire, come dicevano gli imbonitori di rinascimentale memoria: “Venite…venite…signori!" Posso soltanto dire, facendomi carico della giustezza di ciò che dico e consiglio: “Andate...andate pure!” poiché oltre a bere o degustare birre di ogni tipo, scoprirete, e servirà al vostro personale bagaglio, qualche novità.
In una parola, Pianeta Birra, è un 'pianeta' ben piazzato sulla terra dove vivono gli uomini che come mescitori o consumatori hanno interesse di visitare ogni anno, perché il mondo della  birra è bello perché è ‘variato’, e ‘variabile nel tempo’.
Per tacitare qualche maligna lingua, gelosa del mio presunto poco sapere sulle birre et altre bevande,  traggo da un mio volume-diario, solo alcune pagine prese tra le 636 che ho iniziato a scrivere oltre 36 anni fa. Pagine che  riguardano, di sfuggita, Praga e le sue fantastiche birre amaricate.
Dedico queste righe, ai numerosi amici lettori-visitatori di OIFB, che invito ad andare a Rimini, senza dover attendere la stagione balneare, giacché potranno fare un ‘salutare’ bagno di gratificazioni sensoriali. E non è poco in momenti non tanto allegri. Per non essere tacciato di blasfemia non dico  “Paris vaut bien une messe….”. come pronunciò Enrico IV, che per diventare Re dovette abiurare e ridiventare, per l’occasione, cattolico. Scopiazzando il detto posso dire, senza tanta regalità né enfasi, che “Pianeta Birra… val bene una scappata a Rimini” per degustare e scoprire questo fantastico mondo, rappresentato dalla storica bevanda.


(Quanto sopra è cronaca attuale)

Non siete obbligati a leggere oltre le tante righe che seguono. Lo scopo principale era solo di darvi una notizia  e invitarvi a fare un salto a Rimini Fiera per Pianeta Birra


( Inizio con alcune pagine, tratte dal Capitolo XIV nelle quali, tra l'altro, si parla dei miei incontri con la birra del Praghese)

“Praga mi accoglie con civile, e velata aristocrazia, pur nel grigiore politico e comportamentale che invade le strade, le piazze e i pochi luoghi di evasione nei quali si beve un’ottima birra, e qualche calice di vino.
Il locale che ci ospita, al piano terra di uno degli alberghi del centro, mi da l’idea di come qualunque spazio dove si beve birra può essere indicato come un ‘pub’ allo stile inglese, visto che da queste parti a dominare è la birra, in questo caso è soprattutto la ‘Pilsen Urquell'.
E’ questa la birra che preferisco e che la mia amica Valentina Nezdval, decanta più del Pinot Bianco che si produce nel comprensorio vitivinicolo di Litomerice. Vino, che a sentir lei avrebbe incantato una poetessa, scomparsa nei primi anni venti, e della quale lei si proclama discendente, oltre che dal punto di vista familiare anche da quello artistico.
Anziché poetare sui versi della presunta consanguinea, la bionda avvenente fanciulla boema, dagli occhi azzurri e dal colore della pelle che sembra un riverbero di polpa di pesca, ama intercalare i discorsi da innamorata della vita, con i versi sanguigni e scandalosamente utopici del georgiano Vladimir Vladimirovic Majakoskij. Accarezzandomi la testa quasi a farmi intendere che mi rispetta, e che un po’ forse mi ama, con voce melodiosa declama: «Tu ed io/siamo compagni!/Andiamo, poeta,/a fissare lo sguardo,/ a cantare fra il grigio ciarpame del mondo./Io verserò il mio sole/ e tu il tuo/con i versi.»
Mi stima esageratamente per via delle numerose missive che avevo inviate da Milano. Le aveva rilegate con cura con una copertina di color verde, che orgogliosa mi aveva mostrato considerando quelle missive pagine di ‘struggente poesia’.
In realtà, forse un po’ barando, un po’ preso dalla sua plastica bellezza, avevo tracciato migliaia di righe in tono celebrativo, accennando alla sua struttura fisica, e gliele avevo inviate per darle un po’ di fiducia nella vita.
Suo padre era scomparso agli inizi dell’invasione di Praga, e non se ne seppe più nulla, si mormorava che fosse stato rapito e portato in Urss dal Kgb, essendo un prolifico studioso di balistica.
Ma la vera storia non si saprà mai e lei ne subiva il ricordo con l’angoscia che il dubbio esasperava ancora di più. Ma lei non solo non odiava i sovietici, anzi rimaneva affascinata dalla cultura e forse dall’aggressiva virilità di qualche ragazzo del Don.
Sono di passaggio a Praga, e il ‘caffè birreria’, a due passi dal Monumento di Piazza Venceslao, è per noi come un rifugio dalle presunte indiscrezioni che la polizia segreta senz’altro attua nei riguardi degli  ‘stranieri’. 
Dal mio canto mi sento protetto, o meglio garantito, visto che i garanti della Novosti, da Mosca si erano attivati, attraverso l’ambasciata dell’Urss a Praga, per farmi avere un posto sul volo che le linee aeree cecoslovacche effettuano settimanalmente con l’Afghanistan.
A Praga avrei voluto visitare il più antico e forse il primo brewpub del mondo birrario, che aveva avuto origine, fin dal XV secolo, come locale di consumo e degustazione, contestuale alla fabbrica di birra.
Ma c’è da fare un po’ di strada visto che ‘U Fleku’, il nome storico della birreria, si trova nella via Kremenchova, a due passi dalla riva destra della Moldava. Sarebbe stato un viaggio nelle viscere della storica bevanda, anche perché in questo luogo si degustano birre introvabili, almeno per ora, dalle nostre parti, dove la birra boema è degnamente rappresentata soprattutto dalla Pilsner Urquell.
Ma il fascino di Praga, oltre alle sue bellezze, ora un po’ stinte per via dell’occupazione sovietica, che dopo la rivolta dei praghesi si fa sentire ancora di più, è la storia passata che si respira, e con la fantasia, se collabori con essa, si possono scoprire i fantasmi del passato glorioso.
Questa città vide le gesta e gli atti, oltre che l’esoterica follia di Rodolfo II, che nel chiuso del Castello che dalla collina domina tutta Praga, si cimentò in ricerche di varia natura, circondato da studiosi eminenti come il danese Tyge (Tycho) Brahe, e lo stesso Klepero, ma anche il milanese Giuseppe  Arcimboldi che ritrasse Rodolfo II nell’allegoria dell’autunno, una specie di catalogo per immagini di prodotti ortofrutticoli, anche esotici.
Avrei voluto visitare anche solo di sfuggita l’antro della follia che segnò la fine dell’imperatore, spogliato in parte del suo potere e molto dei suoi domini. Ma non c’è tempo per queste mie non segrete passioni poiché Karolina sapeva del mio amore, oltre che per Praga e la sua storia, per la bevanda che proprio in Boemia trova materia prima importante come il luppolo che fa della ‘Pilsner Urquell’ la bevanda, almeno per me, tra le più deliziose per l’amaritudine apportata da questo rampicante che contiene anche tannino che facilità la ‘purificazione’ della birra.
Per non indisporla mi accontento di sorbire il quinto boccale di Pilsner, in quel caffè-birreria, forse meno glorioso di ‘U Fleku’, e di ascoltarla in silenzio mentre mi parla dei suoi sogni. Sarebbe voluta fuggire da Praga, che nonostante tutto amava forse più della sua stessa vita. Vuole conoscere altre contrade, altri popoli. Si sente prigioniera come un canarino in gabbia, visto che anche lei, come l’australe augello, è in quella ‘gabbia’ invisibile fin dalla tenera età.
Se un giorno questa regione si  libererà dal gioco imposto dalla partita politica che governa il mondo, forse la porterò a conoscere l’altra faccia di questo pianeta, e faremo insieme una gita in gondola sul Canal Grande.
Sogna soprattutto di vedere l’Italia, Firenze, Roma, Venezia, e tutto quello che sull’Italia aveva sentito narrare da suo nonno paterno.  
Un incontro non programmato, quello con Katarina, visto che alle prime ore del giorno seguente, di un solare mese di giugno del 1971, partirò per Kabul, che desidero visitare se non altro per il fascino che m’intrigava, per il ricordo delle letture di decine di volumi che descrivevano, spesso contraddicendosi, i viaggi di Marco Polo.
In uno di questi è confermato che il veneziano abbia attraversato la parte nord dell'Afghanistan, con una direttrice, che partendo da Herat sviava verso nord est,  collegando questa cittadina con la lingua del territorio afghano del Wakhan che s’insinua verso il confine cinese, e sul quale incombono le cime della catena dell’Hindu-Kush, o forse, più credibilmente, verso Samarcanda.
Le fantastiche avventure di Marco Polo le avevo ‘rubate’ dai libri di alcuni autori come ‘Le Livre de Marco Polo citoyen de Venise’ di A.J.H. Charignon, o l’altro più ostico e pragmatico, di H. Yule ‘The book of ser Marco Polo’ edito a Londra intorno al 1903. o dal più recente di L.S. Olschki: ‘L’Asia di Marco Polo’, edito in Firenze nel 1957.

                                                                                                ***

Consumiamo l’ultimo velo di schiuma rimasto nel fondo del capace boccale sul cui vetro è incisa l’immagine di un guerriero, almeno così mi pare, e ci avviamo nel grande spazio che è il prolungamento della piazza sul cui sfondo troneggia la statua del Duca di Boemia Vaclav che è il nome ceco di Venceslao, il santo protettore della Boemia.
Il mio rapporto fisico con la signorina Mezval si era limitato a qualche piccola effusione, e un impertinente tentativo da parte sua di coinvolgermi in una storia che non volevo iniziare. Piccoli approcci fisici, velati di un erotismo non bugiardo, ma certamente non violento, né condizionante.
Un piccolo premio alla mia costanza di fedele scrivano visto che nei due o tre anni della nostra relazione, solo virtuale, avevo tracciato, come accennato, migliaia di righe minute, scritte a mano su una carta color sabbia che erano state l’unico mezzo di comunicazione ‘amorosa’, a volte anche troppo audace visto il nostro amicale rapporto.
Ora Karolina Nezdval, memore del passato della sua famiglia, cerca di grandeggiare, per convincermi ad accettare le sue profferte amorose, invitandomi nella sua casa dove vive con la mamma e il fratello ufficiale pilota dell’aviazione militare. Avrei accettato volentieri ma temevo di rimanere coinvolto oltre i limiti che mi avrebbero permesso di rimanere in contatto senza impegnare il nostro futuro di amici, forse un po’ innamorati o catturati dalla civilissima, reciproca considerazione.
Mi accorgo ora, mentre ci dirigiamo verso il centro della piazza, prima di tornarmene in albergo, che Karolina era in realtà una ‘femmina’, non solo da un forte appeal ma anche capace di suscitare emozioni e desideri.
Forse il rapporto amicale poteva, continuando la frequentazione, trasformarsi in una storia dai risvolti imprevedibili. La sua mano, ora si rifugia nella mia, quasi a formare un nodo che potesse trattenerci, uniti per il resto del nostro indeciso vagabondare per la piazza e per le strade poco distanti da questa.
Sento salire alle narici il suo profumo che sa di viola e di cedro. Sopravanzandomi si rivolge di fronte con il corpo che ora ammiro in tutta la sua bellezza. Mi tornano in mente i versi di Majakoskij, che lei, in un ambiguo omaggio alla mia presunta vena poetica, mi ha regalato attimi prima, mentre degustavamo l’ennesima Pilsner Urquell.
Ora Karolina mi porge la bocca, che sa di malto e di desiderio. Non posso resistere tanto che avvolgendola con tenerezza tra le braccia, le dò in prestito la mia per abusarne a piacimento. I ragazzi festanti, forse per la troppa birra bevuta al pub, non fanno caso al nostro spazio occupato da due corpi che ora fremono di desiderio per troppo tempo represso e che tale doveva ancora rimanere per non compromettere ogni cosa.
D’altronde non c’è tempo per vivere attimi di probabile passione che ci avrebbero condizionati nel nostro futuro rapporto. Il suo corpo preme contro il mio quasi per dominarlo e farlo schiavo delle sue voglie che si rivelano in questo tardo pomeriggio di un giugno praghese.
Complice la delicata sbornia di birra amaricata dal luppolo di Boemia, sta per cedere ma mi sovvengono gli impegni irrinunciabili che non mi avrebbero permesso di folleggiare a Praga nei giorni successivi, né tantomeno di iniziare una storia.
Anch’io per vendicarmi di Majakoskij che era entrato di soppiatto nella mia vita per colpa di Karolina che me ne aveva suggerito un paragrafo indulgente e ruffiano, ora ricorro a lui per chiudere in versi la mia marginale avventura praghese.
«Questa sera, è deciso/
(non dovremo diventare amanti?),
è buio, nessuno ci vedrà.
In realtà m’inchinai,
e, in realtà inchinandomi
io le dissi, come un buon padre
( o come un amico):
«E’ crollato l’abisso della passione;
siate buona, andate via.
Andate via, siate buona.»
Amica mia dolcissima.
                                                     
                                                                                                    ***

Le acque della Moldava, scorrono lente, ma ugualmente minacciose nel loro buio liquido, rischiarato solo dai rari lampioni che riflettono una fioca luce.
I pensieri avanzano lenti seguendo la corrente del fiume, ma il destino questa volta non ha frapposto lungaggini o ripensamenti. Per il bene di Karolina, ma molto anche per il mio, decidiamo di far finire la storia, per non dover pagare tributi più dolorosi e cocenti in un domani molto prossimo.
Nonostante che la luce all’intorno si fa più rara, riflessa  sull’acqua o riversata verso il basso dalle plafoniere metalliche dei rari lampioni, il suo volto mi appare luminoso e si offre al mio sguardo che ne penetra i segreti, e le non manifeste intenzioni.
Bellissima, con quei suoi occhi che si son lasciati esplorare nel luminoso pomeriggio del nostro incontro, e che ora immagino più profondi; con le sue braccia forma una corona di carne e di seta intorno al mio collo. Muta mi tiene stretto quasi volesse fare un tuttuno del suo e del mio corpo. Non profferisce parola, ma il suo silenzio comunica più di tante inutili parole.
Ecco che dimentico Majakovskij e Kafka. Dimentico l’Arcimboldi e Rodolfo II, Keplero e Tycho Brahe. Dimentico i sogni, la potenza, la follia e l’isolamento del re di Boemia e d’Ungheria, e vado in prestito di pochi versi, dal poeta che più amo, per segnare la fine di una relazione impossibile che la generosità e le sensuali movenze di Karolina mi avevano fatto considerare probabile .
Nel silenzio di questa sera praghese i musici mi fanno compagnia, colonna sonora dei miei pensieri che seguono, con la tristezza nel cuore e il dubbio di una decisione non mediata dal tempo e dalle riflessioni. Senza  muovere le labbra seguo il ritmo di quei versi che cantano la nostalgia e i rimpianti, i desideri e le voglie, ma anche la tristezza di una fine annunciata.
Ora la cortina di ferro che divide l’Occidente europeo da questa terra gloriosa e affamata di libertà, si frappone idealmente tra il mio e il suo corpo, che si offre in una disperata ricerca di compromessi impossibili.
Le sue mani, come fili vegetali di rampicanti, s’insinuano tra le mie stoffe a cercare la carne per provocarla o invitarla al banchetto inatteso.
Resisto per non illuderla e soprattutto per non lasciarmi coinvolgere in un nuovo capitolo che renderebbe la storia simile ad un labirinto senza via d’uscita.
Kabul mi attende, domani. Non posso lasciare sulle rive della Moldava o nel tiepido biancore delle lenzuola di un letto, la mia anima, anche se i sensi, padroni del momento, sono ostacolo per questo addio che precede una notte di solitudine e di rimpianti, forse.
La sua bocca si concede al mio bacio come carta da lettere vergata da una penna bramosa d’incidere le fibre e lasciare traccia di nero inchiostro che testimoni gli eventi e si faccia diario da rileggere nel tempo.
Ma non c’è più tempo per la nostra follia di amanti mancati, silenziosi, rispettosi del nulla, perché nulla promettemmo ai nostri cuori e alla fantasia.
Silenziosa mi penetra con le sue mani di fuoco, ...........(?).................................... .............................................Vorrei essere rimasto nel frastuono del pub a bere birra con briciole di pane scuro reso appetibile dal fresco formaggio di capra spalmato come un velo, e non nello spazio silente, sulle rive di un fiume di questa città che si fa straniera per i nostri sentimenti e non si cura di noi, né del dolore, né dell’angoscia della bionda sirena dagli occhi celesti, dalla pelle che ha il colore del riverbero di polpa di pesca.
Karolina Nezdval ha saccheggiato il mio cuore, ora sta giocando le sue ultime carte coinvolgendomi in un’impari lotta. Dalla sua si schierano i demoni che sbirciano dalle bifore del castello di Rodolfo II di Boemia, che domina la città dal colle che l’ospita.
Mi sento solo, nonostante che lei mi tenga stretto tra le braccia. Ho coraggio di darle un bacio che sembra più un sigillo per unire i corpi che inconsciamente si desiderano se non altro per godere di una donazione sofferta ma sentita. Non è l’alcova che, complice, spianerebbe la strada ad un compromesso onorevole, ma non posso far finta di niente.
Le stelle, anche se rare, incominciano a farsi vedere nella coppa del cielo che ci sovrasta. Non dobbiamo scherzare, semplicemente regalandoci una razione di amore fisico che, oltre tutto, anche se lei è disponibile, sarebbe non gratificante per questa nostra breve avventura che ci vede uno accanto all’altro dopo i tanti mesi passati a tracciare e leggere parole su parole, vergate sui tanti fogli di carta color sabbia che lei ha rilegato, come un personale diario delle emozioni provate nella concitata lettura.
Mi chiedo se l’amore, o la passione, possono essere vissuti solo immaginando conseguenze, gratificazioni, e la gamma dei piaceri fisici che se ne potrebbero ricevere. Può essere identica cosa l’accontentarsi di ammirare un rosso vino di Borgogna, che ha colori, profumi e sapori complessi e aristocratici, affinato per anni in botti di rovere, poi fatto prigioniero dal vetro scuro della bottiglia, e pronto al sacrifico dei sensi, per lasciarsi solo ammirare attraverso il terso cristallo di un calice? No! Perché come un Borgogna importante deve immolarsi al contatto fisico delle papille, anticipando piaceri e voglie alla vista e all’olfatto, così una storia, tra un uomo e una donna, che si snoda per i sentieri incerti ma coinvolgenti della sensualità e dell’erotismo, anche se malcelato, si deve materializzare nel contatto fisico, per rimanerne soggiogati o delusi.
Aiutami dunque Poeta Neruda, a dimenticare.
«Fior mio, fiore della mia anima,
che altro per questa vita!
La tua voce, il tuo gesto pallido,
la tua tenerezza, i tuoi occhi.
La sottile carezza che ti fa ardere tutta.
Lebraccia che emergono come giunchi di stupore
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…………………………………………………
………………(Censura della Redazione)
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La  notte giunge a ricomporre i pensieri e le emozioni. Karolina vola via silenziosa, nascosta dal complice buio della piccola strada deserta; fisso le acque della Moldava che, simili ad un lavacro per la mia anima ferita, scivolano lente portandosi via l’ultimo sogno praghese.
Se troverò ancora aperto un locale per stranieri andrò a bere una pinta di Pilsenr Urquel, per dissetarmi e forse per dimenticare. Ma tornerò a Praga, poiché da Kabul solo la lnea aerea cecoslovacca mi riporterà nel cuore dell’Europa, e forse rivedrò ancora Karolina Nezdval

(Alcune altre pagine tratte dai capitoli  XXVII  e XXXI di ritorno a Praga dopo quasi un mese di l’Afghanistan  (1971) per poi tornare in Italia.)

Sorpresa ma non tanto

Non vorrei essere considerato con leggerezza dai lettori che malauguratamente si fossero imbattuti in queste pagine del mio diario che sanno di ‘smarrimento’, li inviterei a mettersi nei miei panni di romantico poeta, un po’ sognatore e forse anche un po’ sprovveduto nell’affrontare i momenti del dubbio che riguardano le ‘storie’, o meglio gli eventi, che si trasformano, in un batter d’occhio, in intrigate avventure, quasi da giallo.
La sorpresa iniziale un po’ alla volta si volge in una dubbiosa certezza di imprevisti non scontati, o di ‘normale amministrazione’, come si soleva dire ai tempi del mio far parte delle squadriglie al servizio della Nato, quando sotto il foglio del rapporto si scriveva ‘normale amministrazione’, se non era successo nulla che meritasse la segnalazione ai burocrati più in alto, e si andava avanti per il resto del tempo da trascorrere sulla ‘linea volo’, accanto agli F84, in attesa di eventi.
Nella mia testa confusa non riesco a trovare un angolo nel quale riporre i miei dubbi o dal quale trovare ispirazione per avere certezze e non fragili supposizioni su ciò che mi sta capitando.
Per tagliar corto, Volodya mi fa capire, e me lo fa dire in forma chiara e inequivocabile, dalla dottoressa Kubasov, che sarò ospite degli ‘amici’ sovietici, per il tempo del mio, forse breve, soggiorno praghese. Valentina mi lascia anche intendere, senza dare spiegazioni, che la dottoressa Karolina Nezdval, farà parte della nostra ‘combriccola’ per una serata alla celebre birreria U Fleku.
Non faccio in tempo a raccapezzarmi che la mia stanza, prenotatami con cortesia e sollecitudine da Volodya Khristichenko, si riempie di un piccolo gruppo con il quale passerò la serata nella birreria ‘U Fleku’, nella via Kremenchova.
Ci sono gli amici conosciuti nel viaggio afghano: Volodya, Valentina, Wladimir Zuchov, l’altra ucraina, dai capelli scuri, amica o ‘collega’ di Valentina, alta almeno una spanna più di me, della quale solo ora, mentre si presenta, ne conosco il nome:Elenia Tereshkova, Ludmila e Sylvie Tuslovà, due giovani studentesse di Praga, almeno come domicilio attuale, iscritte alla facoltà di lettere, infine Ondrej Skoda uno storico che vive alla periferia di Praga e che sa molto sulle civiltà orientali.
Dopo neanche venti minuti d’orologio, il gruppo insediatosi al completo nel salotto che fa parte della mia camera si complimenta per le mie presunte qualità di storico, e soprattutto di amante dei misteri del medio e del lontano Oriente, oltre che conoscitore degli stili di vita a tavola. Valentina, con aria compiaciuta e un po’ ‘ruffiana’, mi presenta anche come conoscitore, saggio e smaliziato, della bellezza muliebre e delle debolezze femminili.
Ci rimango un po’ male per via del ruolo che volevo svolgere in quest’occasione per me certamente nuova e intrigante, che mi viene offerta in terra ceca, Patria non solo di principi folli e vassalli corrotti, ma anche di eminenti figure del sapere e dell’arte.
‘Praga caput regni’, si legge nello stemma della città, e ne ha ben donde, visto che almeno da parte mia, può essere considerata una delle città più belle e affascinanti del mondo. Dalle sue origini ha sempre avuto un ruolo determinante non solo nella storia del Paese ma anche dei regnanti d’Europa che con Praga avevano avuto rapporti. ‘Città d’oro’ dalle ‘cento svettanti torri’, bella e affascinante per le sue ‘pietre’ che sono pagine di una storia infinita.
Praga ha avuto l’onore di essere stata nel cuore di personaggi famosi di tutta Europa e del mondo, a cominciare da W. A. Mozart, P. I. Cajkovskij, F. M. Dostojevskij, A. Rodin, O. Kokoschka, Elisabetta II, e tanti altri ancora. L’anima di Praga la si può interpretare nelle opere, spesso tristi e nello stesso tempo ironiche, dello scrittore ceco Jan Neruda, in quelle di Jaroslav Hasek, e ancora di più leggendo le opere del premio Nobel Seifert Jaroslav.
Nato in un quartiere popolare di Praga, trasse il miglior seme della sua poesia, dall'ambiente in cui crebbe. Nelle sue composizioni è sempre Praga che si riflette come in un gioco di specchi e di ‘riflessioni’. Importanti tra le sue opere soprattutto ‘Il ponte di pietra’ del 1944, e ‘Versi su Praga’ del 1962. Nei primi anni 20 pubblicò la sua prima raccolta: ‘La città in lacrime’ nella quale ‘piangeva’ le vittime della prima guerra mondiale.
Fu comunista, da che s’iscrisse al partito ma ne fu espulso per averne criticato il pensiero ufficiale avverso ad alcuni temi della cultura. Nel 1968 divenne presidente dell'Unione degli scrittori cechi, nel 1984 fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Per non parlare del più grande scrittore del 900, l’ebreo Franz Kafka, e il suo amico Max Brod, che alla morte di Kafka fece pubblicare tutti o quasi le sue opere inedite. Infine Egon Erwin Kisch che nacque a Praga (1885) da una famiglia di commercianti ebrei. Come giornalista di lingua tedesca divenne una celebrità. Una vita tutta ‘itinerante’. Esule in Messico, nel 1946 tornò a Praga ricevuto con tutti gli onori. Morì nel 1948 durante un ricevimento all'ambasciata sovietica di Praga.

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Praga ha avuto, dunque, severi e credibili testimonial. Città che rappresenta un invidiabile complesso di monumenti sovrastati dal Castello. Molti stili e orientamenti artistici sono presenti nella città. Il centro storico è situato su entrambe le rive del fiume Moldava, formato da sei quartieri che in un lontano passato erano entità indipendenti, unificate nel XVIII secolo.
Praga è una delle città che ha ricevuto dall’Unione Europea il titolo di ‘Metropoli Europea della Cultura del 2000’. I posti da vedere, che in seguito io ho visitato e rivisitato, sono il lungofiume di Smetana, la passerella di Novotný, la Torre delle Polveri, la Torre del Ponte della Città Piccola, la torre del Municipio della Città Vecchia, la torre della cattedrale di San Vito, San Venceslao e San Adalberto, la rampa del Castello di Praga, la torre panoramica di Petrín, il parco di Letná, il padiglione Hanavský, il campanile della chiesa di San Nicola ed altre bellezze architettoniche o artistiche. Ma Praga offre, come bellezze che incantano, le amazzoni che disinvolte vanno per le strade, nonostante il momento non felice che attraversa il Paese.
Mi auguro che molti miei lettori andranno a godersi queste bellezze che i praghesi orgogliosi vi illustreranno con civili maniere che sono uno ‘stile’ da principi nobili e da veri signori del gusto, in fatto di arte.
Io aggiungo una frivolezza che mi ha intrigato e coinvolto dal punto di vista sensoriale: i tanti ‘stili’ delle loro eccezionali birre, e delle celebri e celebrate birrerie che attraggono per le loro ‘bevande ufficiali’ dal gusto amaricato del luppolo di Boemia.

Convivio al 'U Fleku'

Siamo proprio una bella ‘compagnia’, e sono le donne a governare la logistica, pur essendo numericamente paritari: quattro uomini e altrettante donne.
Anche se i posti non sono assegnati, capito, manco a dirlo, tra la dottoressa Kubasov e Karolina Nezdval, che premurose si danno da fare perché io sia comodo con la seduta.
Mi meraviglia il fatto che non ci siano tanti clienti, almeno vicini al nostro tavolo. E’ un giorno infrasettimanale e quindi posso immaginare che i praghesi, siano tranquilli a casa dopo le disavventure della Primavera di Praga che si ripercuotono sulla serenità di questa splendida popolazione, d’altronde sono poco più di due anni che il giovane Palach si diete fuoco nella piazza simbolo di Praga.
Mi prendo ancora una piccola licenza, e scorro velocemente i fatti di quel 6 gennaio 1969, quando Jan Palach si appiccò il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, in piazza San Venceslao a Praga. Jan Palach è diventato il simbolo della ‘Rivoluzione di Praga’ che i carri armati sovietici soffocarono nel sangue. Praga era da cinque mesi occupata dai sovietici che il regime di Mosca faceva passare come un ‘fraterno aiuto’ L’Unione Sovietica era intervenuta con i carri armati per cancellare la Primavera di Praga, un tentativo di democratizzazione del socialismo reale.
Su un quaderno a righe Ian aveva scritto prima di darsi fuoco: ‘Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Altri ragazzi si immolarono, sull’esempio di Jan Palach, ma le strette maglie della censura funzionò a tal punto che non fu data molta rilevanza ai fatti drammatici.
A distanza di solo due anni dalla tragedia sono qui, in Via Kremenchova, per iniziare una cena amicale, almeno spero, e coloro dei quali sono ospite forse non immaginano che sono al corrente non solo della tragedia ma anche dei particolari. Non lascio trapelare nulla, naturalmente, per non privarmi di un’opportunità.
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Ma voglio tornare subito, alla birreria ‘U Fleku’ con un filo di disappunto per il mio ruolo neutro d’itinerante scrivano, libero nel senso completo del termine. Spero, comunque, di capire il seguito della storia per poterla narrare o almeno scrivere.

Comprendo, da alcune mosse dei camerieri e del presunto responsabile del locale, che non siamo ‘clienti’ qualunque, anche se avrei preferito esserlo per tastare il polso sulla qualità, non solo delle birre proposte ma anche del servizio e altri particolari che sono attinenti all’ospitalita di un locale pubblico praghese.
Nel luglio scorso, in compagnia di Katerina, m’ero trovato a mio agio, per tanti motivi, o forse la vicinanza di questa splendida donna mi aveva fatto essere meno esigente del solito.
Ora la scena è diversa, pur non riuscendo ancora ad inquadrare il ruolo di ogni personaggio seduto al tavolo numero uno del locale.
‘U Fleku’ e il più famoso della capitale per via della sua specializzazione in fatto di birra, essendo non solo una specie di pub all’inglese, ma con lo stile e la grazia che è propria dei cittadini della capitale, ma è anche una ‘fabbrica’ di birra.
Non ci viene offerto il menu poiché vedo Volodya e Karolina, allontanatisi per un attimo dal tavolo, parlottare con il presunto direttore o qualcosa del genere.
Due tavoli più in la quattro soldati, che dall’uniforme lasciano intuire essere sovietici, forse di stanza nella città o nei paraggi, si danno un gran da fare intorno alle porzioni abbondanti di carne suina che saranno annaffiate, immagino, da alcune bottiglie di birra scura servite da una cameriera che risponde con un sorriso e qualche parola di convenienza, alle probabili frasi, o avance sussurrate all’orecchio da uno dei militari.
Valentina Kubasov, mentre è assente dal posto accanto al mio la Nedzval, prendendomi con sicurezza il polso, per richiamare la mia attenzione e porgere l’orecchio alla sua bocca che sta per profferire qualcosa, anziché sentirmi rassicurato entro in confusione.
‘Poi ti spiegherò, se avremo il tempo sufficiente, il ruolo di Karolina che ha nel ‘gioco’ nel quale sei coinvolto, anche se libero di sfilarti con diplomazia, se non sei convinto di qualcosa.’
Se un attimo prima ero, come accennato, in confusione, ora è come se un getto d’acqua fredda fosse entrato di colpo nella tromba di Eustachio, dalla parte dell’orecchio con il quale cercavo di ascoltare le parole sussurate dalla dottoressa Kubasov, e il rumore dell’acqua fosse rintronato nel mio sistema non solo uditivo ma nell’intero apparato che governa gli interi equilibri di un organismo umano. Vorrei di colpo essere informato su ciò che sta succedendo intorno alla mia povera persona, capitata, a questo punto, non per caso tra le braccia di Karolina Nedzval che sul lungo fiume, in quella tarda sera d’estate, mi avevano stretto come in una morsa affettiva, che non lasciava scampo ad errate interpretazioni ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Sono confuso, ma alla vista di Volodya e Karolina che tornano ai loro posti, annunciandosi con una duplice stropicciata di mano e un sorriso quasi ‘chiacchierato’, tanto è platealmente rumoroso, mi rassereno per un attimo, nella speranza di comprendere il filo logico di questa trama che sembra fatta apposta per essere soggetto di un filmetto giallo, da due soldi ma dai molti intrighi.
Appare una bellissima, formosa, cameriera, che sembra rubata dalla tela di Pieter Paul Rubens: ‘Il giardino dell’amore’, che ritrae proprio l’artista, in disparte rispetto alla scena madre, mentre in un abbraccio che non lascia intendere cose diverse da quelle immaginate dal Rubens, stringe una prosperosa figura di donna a somiglianza, forse, della sua seconda moglie Hélène Fourment.
Altre figure femminili sembrano estasiate come fiori di rara bellezza, pregni di polline fecondo e nettare dolcissimo, in attesa di essere preda di un ape malandrina.
Mi rassereno a questa vista, soprattutto nel respirare il delicato profumo di lavanda che sale dal corpo di Karolina, che riprende il suo posto accanto a me.
Corpo memorizzato oltre che dal mio desiderio fotografico, dalla memoria visiva, tanto da ricordarmi che quella sera di luglio mi aveva fatto assaporare un paradiso di erotismi, fuori programma, turbandomi oltre misura.

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Vorrei non essere stato in Afghanistan con la complicità di emissari di Mosca, poiché, nonostante il tempo abbia smussato l’iniziale diffidenza, questa esiste ancora latente. Il mio nome finito, forse, sui rapporti segreti, spero sia rimasto anche nella mente e nel cuore degli amici ucraini, sovietici e praghesi. Ora che sono a Praga, pur lontano dall’indecifrabile palcoscenico afghano sul quale fui chiamato a recitare la parte del ‘cronista viaggiatore’, curioso e disponibile, il potere di Mosca e del suo apparato si respira nell’aria, e incomincia a farsi sentire felpato ma deciso, tanto da governare gli accadimenti dei quali sono anch’io attore non secondario. 

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Ore 21 di Praga. Inizia la parata di cibi nel perfetto stile praghese, anche se qualche cenno parla ‘russo’ come una portata a base di ‘Bliny’ ben caldi, nella loro paciosa rotondità e la giusta doratura, che saranno partner non solo alla ‘moda’ per accompagnare specialità, ma storicamente affidabili perché hanno superato la prova essendo stati impiegati come supporto o ‘tapirulà’ per tante pietanze o cibi, come il caviale rosso o nero, il salmone affumicato, l’aringa, e tante altre sapide razioni come contorno.
Ce li servono in realtà con sottili fette di carne suina all’agrodolce, alternativa più gustosa e ‘popolare’ rispetto all’equivalente filetto di manzo, sempre all’agrodolce, un deferente omaggio alla cultura locale che ha proprio nella carne suina e suoi derivati con le varie elaborazioni, alcuni piatti importanti.
Non ci sarà, e non me ne ho a male, né un Chianti Classico, né un grande rosso piemontese, né un ‘birichino’ Lambrusco di Sorbara che farebbe buona pariglia con questo ‘Bliny versione Praga’ in ossequio agli ospiti che contano, non certo per il pur raffinato, ‘pastasciuttaro’ qual’io sono
I Bliny sono stati appositamente preparati per la nostra combriccola, vista la parata di ‘compagne e compagni’ sovietici seduti intorno al tavolo.
Amando a dismisura le grandi birre, anche se a volte è una bionda lager a recar sollievo alla mia sete e al piacere mirato verso una birra, deliziosamente leggera e invitante, senza far tanta scena apprezzo i grandi bicchieri di birra da mezzo litro che stanno giungendo per accompagnare i Bliny, che avranno caviale e salmone oltre che aringhe e sardine, tutti ‘made in Urss’, come compagni di strada, nel senso che sarà un abbinamento gastronomico a scelta, per un’elementare questione di gusto personale.
Finalmente degusto una delle birre ‘nere’, nera come la ‘groppa pennuta di una merla’. La producono in proprio nello stesso locale, che è sede di una birreria e della quale sono gelosi custodi. Non birra per tutti, quindi.
Questa ‘nera’è tra le più famose nel mondo europeo, per via delle tante cronache fatte in diretta, da corrispondenti di guerra e di altre notizie, che se la spassavano a Praga, prima, durante, e dopo la guerra.
Viene subito messo in scena un brindisi alla russa, sia nel labiale ‘nasdrovie’ (salute, in russo) sia nella manualità di ognuno nell’alzare il grande bicchiere nel quale primeggia la birra con il suo colore, ‘tempestosamente nero’ mentre la schiuma pallida, sul grigio, sembra intimorita dalla sottostante nerezza che dovrebbe indurre a cose tristi, ad una lagna, al degrado dell’anima prima che del corpo, per questa ostentata cupità, invece il ‘nasdrovie’ quasi urlato mette tutti di buon umore.
Ci manca che qualcuno intonasse Kalinka, il bellissimo canto folk, che, alcuni anni dopo in Unione Sovietica, avrei sentito cantare dalle migliaia di lavoratori che operavano nella costruzione della Bam, ovvero la grande via, tra il Lago Baykal e l’Amur ai confini con la Cina, una copia moderna della vecchia Transiberiana.
Di questo spero di parlarne più avanti quanto dedicherò molti capitoli al mio soggiorno nell’Urss di Breznev, vissuto solo in parte con l’Isidora venuta dall’Italia, ma anche con tante altre Isidora indigene.
Questo atteggiamento verso il locale da parte dei compagni sovietici, mi ricordava le democratiche invasioni da parte dei soldati alleati quando occuparono la Penisola e passavano ore e ore nelle osterie e nei bar, trasformati a volte in ‘saloon’. Solo che queste ultime erano, appunto, truppe democratiche. Ma non sto li tanto a discettare, tra me e me, sull’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Come al solito, le umane genti poco si interessano dei fatti, magari drammatici che toccano gli altri, specie se distanti geograficamente.
Sono seduto tra due straordinarie bellezze dell’Est, di cui Karolina rappresenta per me la civiltà che aveva illuminato quella parte dell’Europa al tempo degli Asburgo, mentre Valentina Kubasov la immaginavo come un’intelligente interprete della codificata burocrazia sovietica, anche se le sue avance mi erano apparse un gesto più vicino allo stile mediterraneo.
Mi rivolgo a Karolina con il mio ‘rozzo’ inglese e lei, colta e sensibile, mi ascolta anche se non è più la fanciulla che lungo la Moldava mi aveva coinvolto, gratificandomi con la sua passionalità e la sua apparente, ingenua, semplicità. Dopo i Bliny e la ‘Svickova’ ci servono degli gnocchi di pasta lievitata, con pancetta e spinaci, che mi ricordano vagamente nella forma, se non nel contenuto, i celebri Canederli trentini equivalenti ai ‘Schwarze Knödel’ del Sud Tirolo.
Gli gnocchi non mi hanno entusiasmato, ma a solleticare i sensi arriva un’altra favolosa birra, sempre anonima, una lager dal colore leggermente ramato, forse per incuriosirci o per vedere se eravamo all’altezza di capirci qualcosa. La mia esperienza mi conduce alla classica ‘pilsner’ ceca: la ‘Pilsner Urquel’, che mormoro sottovoce per non farmi sentire dal cameriere. Godibile nell’aspetto, limpida e con una finissima schiuma compatta e persistente. Il colore oro con venature ramate che non avevo mai notato bevendola in Italia, mentre in Austria vi avevo ritrovato la stessa impressione visiva. Ma è al gusto che si nota la personalità che è classica delle grandi birre ‘stile Pils’. Morbida e con una ben dosata luppolatura, che rivela un amaro moderato ma deciso, e con delicato sentore di miele.
Al cameriere che ritorna sui suoi passi per versarmene ancora, poiché d’un fiato ho scolato il bicchiere, non chiedo, per delicatezza, se si tratta della birra da me individuata; forse loro non vogliono svelare agli ospiti della tavolata la natura reale di ciò che ci viene servito.
Credo che per la cultura di questa civilissima capitale non valga il detto: ‘mangia e taci’. Mi viene in soccorso l’adorabile Karolina, che di traverso mi fa vedere l’etichetta: si tratta veramente di una Pilsner Urquel. Con un bacio dato sulla guancia, senza tanto timore, mi fa comprendere che gli amici rimangono ammirati della mia previsione, e che lei, quindi, si sente gratificata per essermi ‘amica’, anche se molte cose sono cambiate pur non lasciando intendere quanto e come.
Su un tondo di cartone utilizzato come sottobicchiere, recante l’immagine della birreria 'U Fleku,' con una matita fattasi prestare dal cameriere che ci serve il bere, una parola in inglese: ’Love at first sight...my dear Aldo’, con ‘sottotitolo’ in ceco che non riesco neanche a decifrare.
Cala il suo lungo braccio verso di me incontrando la seduta di legno sul quale siamo assisi e con la mano accarezza il mio fianco mentre emozionato leggo il piccolo grande messaggio che non credo sia segreto per gli altri...oppure?
Non mi faccio domande, né cerco una spiegazione poiché sono troppe le ipotesi che vorrei mi fossero chiarite. Nel frattempo la ‘volpe’ ucraina, apparentemente disinteressata, o parzialmente disattenta a ciò che accade dall’altra parte della mia persona, alza il calice pieno di ‘pivo’ come lei chiama la birra, e sfiorandomi la guancia destra con un piccolissimo bacio, mi sussurra, a voce non proprio riservata: ’nasdrovie tovarishch aql’.
Comprendo che il gioco si sta facendo duro per me che sono tagliato fuori dai loro discorsi in russo o in ceco. Viene Volodya a salvarmi dall’imbarazzo, chiedendo a Karolina di spostarsi per fargli posto e si siede accanto a me. Si fa portare un’altra birra, questa volta una scura, certamente maltata, e con un giusto amarore mediato dalla morbidezza dell’insieme. Me ne versa anche a me, e levando il calice mi dice, in un perfetto inglese, che naturalmente traduco: ‘Vedi caro, amico, ormai sei dei nostri, e vedrai che questi pochi giorni che rimarrai a Praga, con il nostro sostegno logistico e la compagnia ufficiale di Karolina e Valentina, ti sentirai come a casa tua. Ci sono cose belle da vedere in questa splendida città. Questa sera ci salutiamo e ci vedremo a Mosca quanto prima, spero almeno per noi due, che abbiamo iniziato insieme questo viaggio da Kabul a Praga.
Il solito, triplice bacio, come la solita stretta di mano che mi fa fuoriuscire un po’ di birra dal bordo del calice che tengo dall’altra parte, e ricambiando la generosa platealità del suo saluto, russo fino in fondo, anziché rasserenarmi rimango turbato e cerco di non far trasparire nulla.
Troppa grazia, mi dico, rimanere a Praga in compagnia di due amazzoni che già nelle singole prestazioni mi avevano fatto vedere due angoli di paradiso, o più laicamente, di cielo, poi dissoltisi come nebbia al sole.
Il primo in quella fresca serata di luglio lungo la Moldava, e l’altro nel fresco venticello che dall’Indukush scendeva verso la grande pianura ad alleviare la calura della tarda sera, passata sdraiato su alcune pelli di pecora che sapevano di menta e di ‘pidardima’, con accanto il corpo quasi nudo di Valentina Kubasov coperto solo da un leggerissimo velo di sudore, e con tanta smania nelle movenze dei suoi muscoli ……………………(?)…………………………..
Sto vivendo una strana parentesi della  mia vita, per volere di Mosca, forse, della Novosti, forse, delle dea fortuna, forse, o semplicemente per il corso logico delle cose che succedono tra esseri umani dei due sessi, che sfidando le regole della diplomazia, o il falso perbenismo, sperano che qualcosa accada, comunque, per sentirsi gratificati non solo nel cuore e nell’anima ma soprattutto nella materiale fisicità dei propri corpi che non andranno, ancora per molte stagioni, verso un riposo meritato.

Noi soli ospiti di Praga

Non riesco ancora credere che mi stia capitando tutto ciò che sembra casuale ma è stato, almeno credo, pianificato da una mente sopraffina. Mentre sventoliamo i fazzoletti all’indirizzo del bireattore dell’Aeroflot che collega Praga con Mosca, immaginiamo che i nostri amici e compagni sovietici ci osservino dagli stretti oblò che invece riflettono la potente luce che illumina i raccordi che portano alla pista di decollo dell’aeroporto di Praga.
Siamo rimasti i predestinati ad essere ancora compagni con vari ruoli e competenze, e soprattutto convenienze per quanto riguarda il classico ‘do ut des’.
Nell’aereo che li riporta in Patria ci sono oltre a Volodya, l’ucraina Elena Tereshkova e Wladimir Zuchov, con me rimangono Valentina Kubasov e Karolina Nezdval, a sventolare i fazzoletti dalla terrazza dell’aeroporto.
Solo lo storico Ondrej Skoda ha lasciato il locale al termine della cena, salendo su un taxi e ‘portandosi via’ le due sorelle Ludmila e Sylvie Tuslovà, presentatemi come studentesse praghesi. Non avendo avuto occasione di parlare con loro, né di ascoltarle, tutto è rimasto sul vago.
Al pensiero di questo ‘sciogliete le righe’. non ordinato ma certamente preordinato con cognizione di causa, mi viene in mente che Volodya abbia architettato questa cena nello storico locale praghese per mostrarmi ai suoi amici o colleghi, non certo per una evasione godereccia o solo per un frivolo atto di banale cortesia nei miei riguardi, ma, forse, per far registrare a qualcuno degli ospiti, un indecifrabile particolare che avrebbe potuto avere un peso nello svolgersi della storia che mi vedeva coinvolto.
Come l’aereo prende il via e s’invola verso Mosca, mi ritrovo con le due donne, a vario livello vissute e navigate, nonostante la prima impressione fattami da Karolina nel breve spazio-tempo del nostro incontro.
Non bastano certo due visite ad un locale, e le bevute di birra con tanto di celebrazioni e scambio di complimenti e auguri, frammezzati da carezze, prima timide poi sempre più coinvolgenti e mirate, a far crollare le resistenze frutto di ripensamenti e dubbi, e non certo per un’assenza di sentimenti o desideri più o meno espressi da entrambi.
Ora i ‘due pezzi da novanta’ - così li ha descritti con un mezzo sorrisetto Volodya Khristichenko - mi tengono ben stretto in mezzo, mentre a passo svelto andiamo a prendere un taxi che ci porterà verso Piazza Venceslao o lungo la Moldava, per decidere poi sul da farsi.
Mi sento un po’ vittima di un piano, incomprensibile almeno per me. Colpa forse dei limiti della mia perspicacia di presunto smaliziato viaggiatore del mondo e delle umane passioni.
Il taxi, per una buona mezzora o forse più, si trasforma, come per incanto, in una alcova di latta con sedili che odorano di benzina e di tabacco. Odori che si confondono con sottile profumo di lavanda, con due gamme di riposte olfattive che emanano i due corpi che ora, nella stretta del sedile posteriore, mi tengono prigioniero felicemente arrendevole per tanta grazia ricevuta dal caso.
Non riesco a comprendere fin dove, per le due donne, è semplice cortesia e civile ospitalità dettata dalle regole che governano il loro lavoro.
Dove incomincia, invece, il teatro di una loro recita non a soggetto, dettata da un piano stabilito da altri, per radiografare i miei umani comportamenti e soprattutto le mie tendenze socio-politiche. Sarebbe una gran bella storia per me, se scartate queste ipotesi che risultassero sbagliate o non realistiche, incominci un diabolico gioco che vede due donne, forse libere, forse insoddisfatte del lavoro o delle personali storie, sentirsi finalmente invitate d’onore ad un banchetto dei sensi per bruciare, e mandare alle ortiche, la riservatezza e gli inutili preliminari.
In quest’ultimo caso, chi dovrei sentirmi, o credere d’essere, solo per il fatto di aver incantato qualcuno, o rimasto incantato da due teste che sono apice terminale di due corpi favolosamente ben torniti e abbondanti?
Loro per scherzo, al termine della cena, mi chiamarono ‘Casanova’. Forse si son scambiate le intime storie che mi videro protagonista. Ma che esagerazione definirmi un ‘casanova’.
Non somiglio, né sono una brutta copia di Giacomo Gerolamo, Cavaliere di Seingalt, veneziano, nato in un calle, figlio di due attori, che da adulto fu ‘beneficiato’ dalla sua curiosità intellettuale sostenuta da profonda cultura. Io sono nato contadino e per girare il mondo mi son dovuto abbeverare di cultura e di saperi in generale, ma dall’altro punto di vista mi sento un semplice ‘contadino’ rifatto, o rigovernato dal tempo e dalle mille storie, che prima della guerra, s’innamorava, ancora fanciullo, delle ‘montagnole’, le ‘pettorute’ ragazze che venivano dalle montagne dell’Alto Lazio per raccattare le olive nei nostri piccoli spazi pieni di cultivar: di Carboncella, Raia, Rosciola e Olivastro, e a queste ragazze regalavo i miei poveri versi di poeta in erba tracciati su pezzi di cartoncino, e qualche frutto conservato sotto miele, rubato nei vasi di vetro, preparati da Mamma Vittoria.
Forse un giorno cercherò, per darmi delle arie, di scrivere ancora, e con più tenacia, di tutti gli stili delle birre che mi sono state offerte in giro per il mondo, e non potranno dire i miei detrattori che sono stato solo un ‘servile ruffiano’ che ha venduto l’anima e il suo sapere alla corte di sua maestà: il Vino ‘made in Italy’, e al più intrigante vino o bollicine della Champagne.
Tra poco mi porteranno all’albergo prenotato dai ‘signori’ di Mosca, in attesa che qualcuno, da quella capitale che m’incuriosisce, si faccia vivo per coinvolgermi, come autore occidentale, nato cattolico e non certo di sinistra, per far scoprire l’Urss agli occidentali, vista con gli occhi di uno straniero. Intanto me ne tornerò a Milano per riprendere poi il mio vagabondare per il mondo.
(Alcune opere di AQL, la freccia indica le due, riferite alle sue esperienze in in URSS)

(Post-datato: Fui,infatti, a Mosca e in tutta l’Urss, viaggiando a più riprese, dal 1971 al 1981  - Con Breznev al potere, ospite affidabile della Novosti e del Patriarcato di Mosca , per redigere il volume ( ‘‘How I Discovered Religion in Russia’ (1981) che fu pubblicato dalla Novosti in quattro edizioni per 4 lingue diverse, in 18 milioni di copie. Infatti, in formato ridotto,  stile Selezione, il volume fu ‘disseminato’ in Occidente dai Consolati e  dalle Ambasciate per far comprendere che l’Urss, o meglio l’Orso sovietico, stava cambiando pelle )