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I MILIONI DI LETTORI DELL'ULTIMO CAPOLAVORO DI GRISHAM SCOPRIRANNO IL 'COVO' DI FRANCO ROSSI

Siamo normalmente molto più critici e severi con noi stessi di quanto non lo siano gli altri. L’ennesima, chiara riprova ci giunge addirittura dall’America profonda: nella sua splendida fattoria del Mississippi in stile vittoriano, lo scrittore – superstar John Grisham (quello per intenderci di “Il socio”, “Il cliente”, “Il rapporto Pelikan”, ecc.) ha appena dato alle stampe il suo diciottesimo romanzo di genere legal thriller, e ne ha ambientato gran parte della vicenda in un’affascinante e coinvolgente città di Bologna. (Un'immagine delle copertine di alcune opere di Grisham, 'immerse' nei colori variegati dei dessert del 'Franco Rossi')
“Una deliziosa vecchia città che ho preso subito ad adorare” ha scritto nella postfazione al volume Grisham, “calda e magica”. Per mettere in scena la sua nuova spy story di atmosfera italiana, l’ex avvocato dell’Arkansas ha fatto le cose per bene: si è trasferito per tre mesi a Bologna, si è fatto accompagnare per vie, piazze, portici e negozi da un amico autista di Cosepuri, ha visitato monumenti, chiese, facoltà universitarie e – soprattutto – ha frequentato locali e ristoranti. Il suo indice di gradimento più attendibile è dato dai cinque chili di peso che ha messo su, con evidente soddisfazione, al termine del grand tour gastronomico.Le stazioni petroniane del gusto segnalate sulle pagine di “The Broker” (questo è il titolo del romanzo, già uscito in edizione inglese e in arrivo in traduzione italiana dopo l’estate) includono Rosa Rose, la Cesarina e Franco Rossi. Al classico ristorante di Via Goito, in particolare, Grisham ha dedicato due pagine intere di suggestive descrizioni. Ne parliamo con il patron, Franco Rossi medesimo.

Nel libro John Grisham la descrive sorridente, elegante nel suo abito scuro, affabile: leggendo sembra quasi che siate vecchi amici…In realtà io non lo conoscevo affatto quando è entrato per la prima volta nel mio ristorante, una sera dell’agosto scorso. Certo, la mia ospitalità è stata quella di sempre, quella che riservo a ogni cliente, e sono contento che ne sia rimasto ben impressionato. Grisham mi è parso trovarsi subito a proprio agio, e quando è uscito, al termine della cena, mi ha detto che ci saremmo rivisti presto. Che cosa ha assaggiato Grisham nella sua prima cena da lei?Ha chiesto un menu semplice, molto equilibrato. Per cominciare, insalata di funghi e tartufi, con l’aggiunta di scaglie di parmigiano – reggiano e di qualche fettina di mela. Come primo, ha preso i classici tortellini in brodo e, a seguire, un filetto di vitello con tartufi. Il tutto abbinato a un vino del territorio, il Liano di Umberto Cesari.  
 E poi? Poi, le dirò, non ci ho pensato più di tanto. Finché, qualche tempo fa, sono venuti a cena da me quattro signori inglesi, indirizzati nel mio locale da quanto avevano letto nelle pagine di “The Broker”, fresco di stampa. Allora, per curiosità, mi sono procurato un paio di copie dell’edizione originale del volume.Quelle stesse copie che ha messo bene in vista di fronte all’ingresso del ristorante? Quelle stesse copie che proprio Grisham ha autografato quando è ritornato a Bologna, qualche giorno fa. Veniva da una vacanza a Firenze in compagnia della famiglia. Allora sì che mi è sembrato di ritrovare un vecchio amico! Gli ho preparato per l’occasione un menu con qualche sfiziosità in più.Pensa che “The Broker” potrà fare qualcosa per promuovere Bologna, la sua immagine e la sua cucina? Leggo sui giornali che i romanzi di successo creano ricadute turistiche eccezionali per i luoghi in cui sono ambientati. Stando alla mia esperienza di questi giorni, devo riconoscere che già diverse decine di clienti inglesi e americani sono arrivati da me seguendo le indicazioni di Grisham. E probabilmente l’eco sarà ancora maggiore quando uscirà l’edizione italiana…Confido quindi che ci sarà, come dice lei, una bella promozione di Bologna e della sua gastronomia. E, perché no, del ristorante Franco Rossi. Ne abbiamo tutti bisogno. (Piero Valdiserra)
THE BROKER
È la storia di Joel Backman, un intermediario potente, di quelli che da una scrivania di Washington fanno telefonate, veicolano soldi e dritte giuste, fanno conoscere la gente che conta. Backman è reduce da sei anni di isolamento in una prigione federale, ma all’improvviso due misteriosi personaggi gli offrono la libertà. Infilato su un aereo cargo, l’intermediario viene spedito in una località ignota, che alla fine del viaggio si scoprirà essere il nostro Paese. Backman cambierà anche nome: si chiamerà Marco Lazzeri, dovrà imparare la lingua italiana in meno di un mese e dovrà trasferirsi in una città a lui sconosciuta, Bologna. Per sopravvivere nell’anonimato quando i servizi segreti di altri Paesi cominceranno a cercarlo. La caccia all’uomo ha inizio.
IL PUNTO DI AQL
Voglio anch’io accennare qualcosa a proposito di Ioel Backman - protagonista dell'ultima intrigata e intrigante storia che ha appena editato il 'Mago della penna' dell'Arkansas, lo scrittore John Grisham, nato appunto a Jonesboro l'8 febbraio del 1955.
Al protagonista di 'The Brocker', lo scaltro sensale del 'food and beverage', proiettato dalla fantasia di Grisham nella sensuale, a volte volutamente trasgressiva e 'sregolata' città felsinea, lo scrittore gli affibbia un cognome di comodo per sottrarlo alla caccia che gli danno i suoi misteriosi inseguitori, cognome che per un pelo non è lo stesso con il quale mi firmo, che è poi il mio cognome: Lazzari.
 Non solo lo piazza nella città che è la summa dell'Italia godereccia e regalmente ospitale ma lo fa capitare, invitato da un amico bolognese, proprio nel ristorante, il cui patron 'Franco Rossi', che da il nome al locale di Via Goito, è protagonista di qualche pagina emozionante del mio diario-story  'A Cena con Isidora' sul quale lavoro da una decina di anni e che sto per terminare. 
Non perché geloso della penna più coccolata e letta al mondo ma per un italico, o se volete 'italiota', senso di rivalsa sull'americano, che mi ha battuto nel tempo, dico che il mio incontro con Franco è avvenuto oltre un anno fa. Prima, quindi, che Grisham ambientasse la sua 'spy story' nel locale di Via Goito a Bologna. Decido, pertanto, di anticipare un capitolo del mio lavoro su OIFB per dare spazio e far sapere quello che io ho scritto su Franco Rossi e la sua 'brigata'. Il tutto per dare a Cesare quel che è di Cesare. Cesare in questo caso non è il nome di battaglia di Franco Rossi ma un modo come un altro per dare al nostro protagonista il riconoscimento che merita. Signore di razza, per quanto riguarda il suo stile nell'ospitalità e nel modo di intendere la civiltà della tavola nel suo globale coinvolgimento.

Certo che per Franco Rossi, per il suo locale, per la città felsinea, per la cultura del gusto e dei buoni mangiari che si possono gustare all'ombra del Nettuno e delle sue torri, essere 'letti' da milioni di fans nel mondo, sarà un bell'affare. Noi umilmente, come la fioraia che un tempo porgeva le rose ai facoltosi clienti dei locali top di Bologna, facciamo omaggio a Franco Rossi e ai 'suoi' di qualche riga 'nostrana' se non altro perché 'A Cena con Isidora' narra dei miei cinquanta e passa anni di avventure tra i piaceri della tavola e dell'alcova.

Da 'A Cena con Isidora' (da pagina 425...)
  (...) Un posto tira l'altro, e così Piero Valdiserra, bolognese doc, raffinato e colto gourmet, oltre che professionista della comunicazione e 'regale cellar master', dopo avermi fatto scoprire alcuni locali celebri e celebrati, mi fa la sorpresa di essere invitato alla corte generosa, e un po' 'conventuale', di Franco Rossi.

Bologna si sa, ha fatto dell'umanesimo una sua filosofia per autogratificarsi oltre che per dovere verso chi 'pur foresto, ama Bologna'. D'altronde Bologna, o meglio lo stile della sua ospitalità genuina e coinvolgente, me la fece scoprire, circa quattro decenni fa, Luciano, dell'omonima 'Rosteria' di Via Nazario Sauro, locale che mi aveva indicato Cino Tortorella, il Mago Zurlì dello Zecchino d'Oro.
C'ero stato con l'Isidora di quel tempo, spudorata e prorompente tanto da dar spettacolo con la sua poderosa taglia di cavalla da 'soma', più che da gran premio. Avevamo assaporato le sfumature più audaci di alcuni manicaretti genuini, sapidi e 'irriguardosi' per la linea, e soprattutto per la fragilità di stomaci non abituati al gusto forte e aggressivo di alcune vivande. Lambrusco e Sangiovese, diventavano nobili razioni di paradisiaci nettari per accompagnare quegli assaggini ripetuti, che ingannavano i limiti della moderazione. Quella volta Bologna sfumava nel desiderio e nell'attesa di nuove scoperte. Isidora irrompeva su tutto. Occupava uno spazio più grande della sua fisicità, debordando oltre la seduta con i suoi fianchi che avrebbero ispirato Canova per le sue sculture femminee, mentre le doppie mele del suo seno, sembravano turgidi poponi, lisci e nervosi, vogliosi di volar via, e tornare dal cocomeraio di turno che li avrebbe potuti esporre per dare immagine alla sua mercanzia, raccolta di fresco nell'orto di casa.
Ora mi convinco che non basta una o più stagioni per parlare, con cognizione di causa, del variegato mondo della ristorazione bolognese e dell'ospitalità in generale. Per averne un'ulteriore conferma dovevo proprio sbarcare da Franco Rossi in Via Goito a Bologna, condotto come ospite da quello che reputo essere uno degli uomini che posso definire 'principe dell'ospitalità'. Io che sono andato per decenni, nei vari continenti, a fare il 'ficcanaso' alla corte dei massimi principi della civiltà della tavola reputo, infatti, Piero Valdiserra uno di più preparati uomini nel settore nel quale opera, con in più un bagaglio di cultura e di conoscenza, oltre che di sapere in generale, tanto che mi convince che debbo incontrare Franco Rossi, che ha carisma da vendere oltre che cibi e vini spesso rari, quando non esclusivi. (Sopra, il logo stilizzato del Ristorante Franco Rossi)
Al primo tocco di un pomeriggio di fine estate, puntuali ci presentiamo in Via Goito che ospita la struttura che è 'casa', 'opificio, 'palcoscenico' ed anche 'officina' culturale dove tiene cattedra questo personaggio del quale qualunque cosa andrò a scrivere non darà mai l'idea di come ci si possa sentire gratificati, ospiti di Franco Rossi, di suo fratello Lino che ne è lo chef, e di Giuseppe, che è maitre di sala ma anche socio di quest'avventura che dà soddisfazioni a iosa ma pretende sacrifici e fatiche oltre che investimenti e quotidiane apprensioni. Nel presentarsi Franco Rossi mi ricorda il 'Barone', il nobile proprietario, rinascimentale nello stile, che quarantacinque anni fa mi ospitava nel suo ristorante a Milano a due passi da Piazza Lodi. Questo che incontro a Bologna mi appare come un protagonista di un film d'avventure fatte di battaglie e di cose di cuore. Elegante nella sua semplicità estetica, Franco Rossi mi sovrasta di molti centimetri, e prima ancora di parlarci ci rivolgiamo un silenzio che comunica più delle parole, specie se dettate da un'ovvia occasione d'incontro. Un tavolo all'angolo più azzeccato della saletta è il posto che mi vedrà testimone muto di questa mia nuova avventura nella terra dell'umanesimo spinto e degli erotismi mentali che ti tengono prigioniero per farti sognare oltre ogni limite. 

 Mi ricordo di colpo quelle poche righe di un trattato che parla proprio di Bologna e del suo umanesimo sul fluire degli anni 1490-1510. Ve li ricordo per farvi capire come mi sento inconsciamente prigioniero di un incantesimo 'alla bolognese, prima ancora che fossero coinvolti i sensi tutti, deputati a gustare, o far affluire profumi ed aromi nelle papille e nelle strade sensoriali del 'mangiatore non distratto.
"...quel magismo così diffuso nella cultura orfico-pitagorica dell'umanesimo bolognese e che pone l'arte come creatrice della natura - la parola diventa immagine parlante e l'immagine parola muta".

Infatti, si afferma che le immagini, ad esempio, comunicano un messaggio che, per essere percepito anche dagli illetterati, deve organizzarsi come una 'muta predicatio'.
Ed io, pur navigato frequentatore di tavole, popolari o principesche, che fossero, ospite anche dei grandi santoni dell'ospitalità a tavola come Boyer o Bocuse, Marchesi o Gianbovio, qui mi sento come il re nudo sul palcoscenico condizionante delle emozioni.
Mi rincuora Piero Valdiserra col suo fare da maestro non di cerimonia ma di convivio amicale, colto e raffinato, mettendomi a proprio agio.

Ma dove è scritto che i grandi della tavola, grandi nel senso che sanno scatenare con 'dolcezza' ed eleganza, emozioni a non finire perché sono come un volume di storia, o meglio di storie, vissute e forse mai raccontate, debbano essere tra gli 'incappellati' dalle guide, spesso suggerite solo da mistificazioni di comparaggio politico o comunque di convenienze?Prima di andare da Franco Rossi non ho interrogato quindi questi annuari che danno stelle e bicchieri, cappelli e altre codificazioni grafiche di giudizio come se per parlare di un uomo, delle sue opere sarebbe sufficiente anche solo un simbolo, una sigla o un numero.Povero Michelangelo Amerighi o Merisi, conosciuto più come Caravaggio, se si fosse visto dare un 13+ per il suo 'Davide con la testa di Golia', o un semplice 7+ per il suo sensuale, e invitante'Canestro di Frutta'.
Anche per una sola opera del Merisi, io, scrivano da due soldi, spenderei un tomo di centinaia di pagine per descriverne, non solo l'opera pittorica nel suo insieme, ma il dramma, le ansie, le speranze e le follie che ci son dietro anche un solo particolare di siffatte opere.
Così a Via Goito, nella grassa e sensuale Bologna, non me la sento di dover dare un voto, di stilare una classifica. Voglio pertanto scrivere solo le mie personali emozioni, i sentimenti, le gioie e le ansie che mi possono scaturire dal profondo dell'anima e che nessun segno di queste potrebbe essere rivelato sul mio volto, poiché spesso sono i patemi d'animo repressi o resi muti o nascosti, dalla timidezza, che condizionano più di plateali e rumorosi accadimenti del vivere quotidiano. Anche se non vi è la stessa atmosfera che potrebbe mutare ogni cosa, se fosse un'ora della sera, e in occasione di una cena importante, ugualmente respiro un'aria che mi ricorda la corte dei Malatesta e dei Gonzaga.
Non la corte becera e affaristica nella quale tra un ballo in maschera o una guerresca tenzone si combinavano affari, si dirimevano conflitti, si placavano o scatenavano guerre anche solo a parole o gesti, ma la raffinata corte che ospitava a tavola principi e letterati cavalieri delusi per un amore finito o una sfida nel quale sono stati battuti, per farli sognare coi manicaretti preparati ad arte dai maestri di cucina e di credenza. Vengo a scoprire, per caso, che Franco non è bolognese.
Ne sono un po' deluso, ma la delusione appena sfumata scompare per far posto ad una gioiosa partecipazione, sapendo che viene dalle due culture più intriganti dell'italico modo di intendere il piacere oltre che della gola dello spirito ed anche dell'anima: quella di Mantova e quella di Ferrara. Vorrei avere accanto a me l'Isidora di Spagna, per farla stordire dai colori, dai profumi, e dai sapori che già immagino solo scorrendo i fogli del ricco menù e che di seguito voglio descrivere per coinvolgervi nel banchetto delle emozioni sensoriali ospiti anche voi amici lettori di Franco Rossi e della sua brigata.
Già la 'sfogliata di verdure e soufflé di carciofi in crema di porri' mi dice che assisteremo ad una parata di accattivanti portate o piccole razioni che devono essere la testimonianza muta ma documentata della  bravura di Lino, nella foto in penombra ripreso nel suo regno, mentre armeggia dietro i fornelli.
In cucina realizza, da buon regista, i documentari non solo rinotici, ma anche del gusto per una specie di esame sulle oppurtunità offerte da questa cucina che è figlia di una cultura raffinatasi nel tempo rubando ai confini, solo virtuali, di culture affini, gli effluvi e l'equilibrio dei vari gusti, che coinvolgono il palato senza saccheggiare le difese, naturali, che proteggono l'organismo dei convitati più fragili dagli eccessi.
I 'Gamberi al balsamico con insalata belga' e il 'Culatello di zibello con crostini di verdure' da soli non possono certo essere materia completa per iniziare ad esprimere giudizi. Ma la girandola di alcuni assaggi di primi piatti, basterebbe a formare materia dotta ed esaustiva per una tornata d'esami accademici.
Ma non siamo qui per questo, ecco che allora le stesse 'Tagliatelle classiche al ragù' sembrano così diverse dalle solite che abbiano degustato in altri templi della gastronomia emiliano-romagnola, per non parlare dei 'Garganelli ai funghi porcini e prosciutto', o, saltando dalla terra ala mare, il ‘Risotto alle cappesante con burro mantecato al basilico', e via via altri piccoli assaggi per non scatenar traffici difficili da smaltire.  Ottimi i 'Tortelli al Taleggio in brodo di cappone e tartufo' , le ‘Taglioline all'ortica con zucchine e prosciutto di Parma',  e una  deliziosa cucchiaiata di zuppa di cereali al rosmarino. Poi i secondi che rasentano la 'follia' dei sapori estremi, raffinati e intriganti, come quelli del 'Petto di faraona farcito con paté d'oca tartufato, con sformato di cereali al lardo di Colonnata', o quello dei 'Piccioni in casseruola con spinaci croccanti’ che mi ricordano, sovrastandoli, i 'Piccioni Torraioli al tegame' che avevo degustato sul finire degli anni cinquanta nel Trevigiano.
 Se i cibi al 'Franco Rossi’, mi danno la misura dei valori espressi non solo nelle materie prime elaborate e proposte dall'arte consolidata di Lino Rossi, è l'atmosfera che si avverte, se hai sensibilità e conoscenza, nel respiro ampio del servizio e delle sequenze che giungono nei piatti a ristorare i sensi oltre che gratificare lo spirito, a darti la misura che il Franco non solo è ristoratore capace, professionale e competente. Lui si ammanta  di quella deliziosa patina dorata che ti fa apprezzare l'artista che sembra esibirsi al massimo per mettere a proprio agio il convitato ma soprattutto a farlo sentire importante come lo era alla corte dei Malatesta o dei Gonzaga il 'nobile viandante di turno'.  

Sono però i vini a gratificare palato e olfatto, oltre che l'anima e l'edonismo del bevitore accorto e preparato. Sono quasi seicento le etichette di scorta. Tutte di livello, che parlano più lingue venendo da vigne anche di fuorivia, oltre che quelle ormai affermate dalle quali si traggono vini anche eccelsi, come quelli di Umberto Cesari, e che sono ad un tiro di schioppo dalla collina dominata da San Petronio. Vini importanti, selezionati con cura da Franco Rossi che sa poi trasferirli con competenza e cultura in appropriati abbinamenti con qualunque dei suoi piatti: dall'antipasto al dessert.
Se Lino è bravo in cucina, nel preparare le sue tante proposte gastronomiche che seguono puntuali il tempo delle stagioni con le varianti obbligate dalle disponibilità di alcune specialità dell'orto o del campo aperto, sono quei momenti magici rappresentati dallo stappare una bottiglia di un vino giusto per quel momento, per quel dato piatto e soprattutto ideale per soddisfare le ambizioni, spesso non manifeste o comunque malcelate, anche di pretenziosi e  raffinati clienti-gourmet.  

 Al Ristorante Franco Rossi la cantina è gestita oltre che con cura, e professionalità, dalle umane attenzioni, sembra che magiche forze trasferiscano nel calice quell'incantesimo che e proprio il plus che 'regala' al cliente qualche quarto di nobiltà in più, frutto di una segreta stregoneria che si materializza nella professionalità quasi sacerdotale di Franco che diventa padrone affascinante e carismatico di questa ‘sagrestia’ del gusto e del piacere oltre che sensoriale anche esoterico. Tutto è creato ad arte dalla coincidenza di fattori umani, ambientali e perché no anche dalla magia che sa emanare quel mago che abita, non per caso, nel ‘covo’ di via Goito 3, a Bologna la grassa, la godereccia, la colta e raffinata città. Bologna incanta chi ci passa anche per un solo attimo per gustarne le disponibilità emozionali vere o anche solo virtuali...e non è poco, visto che da Franco vorrei portare l'Isidora nella prossima tornata per dimostrarle che non solo al ristorante ‘Les Crayeres’ di Gerard Boyer a  Reims, si possono provare emozioni inimmaginabili.