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ANCHE IN ITALIA COME NELLA CHAMPAGNE SIAMO RIUSCITI A SCOVARE UN CAPOLAVORO E IL SUO AUTORE


INCONTRO RAVVICINATO CON MAURO LUNELLI ARTEFICE DEL CAPOLAVORO "RISERVA DEL FONDATORE GIULIO FERRARI"

(Tratto da ‘A Cena con Isidora’)

"Me l’ero ripromesso fin dai primi anni settanta, di scoprire in Italia un protagonista che mi ricordasse qualcuno dei personaggi che mi avevano intrigato, legati a differente livello di coinvolgimento, o di attaccamento al proprio lavoro o alla mission scelta, magari per obbligo di eredità o per realizzare un investimento promesso o voluto dagli avi. Non sapevo all’inizio delle mie ricerche, a volte né molto razionali, né severe, sia nei tempi, sia negli itinerari, ma solo frutto di un velleitario sogno che avrebbe ispirato lo stesso Miguel de Cervantes Saavedra, quello del Don Chisciotte, per intenderci.
Ero rimasto affascinato dalla personalità di Claude Taittinger, figlio di Pierre che aveva investito bene nell’acquistare, poco dopo la prima Grande Guerra, lo 'Château de la Marquetterie', e successivamente il podere vitato inglobato nello 'Château des Comtes de Champagne', che avrebbe dato poi il nome ad una celebre etichetta della casa: lo 'Champagne Taittinger Comtes de Champagne', una prestigiosa cuvée creata nel 1957. Mi ero trovato, per caso, verso la metà del 1967, invitato da un amico ristoratore parigino, nel pieno di una prestigiosa finale di un concorso di alta cucina, pensato e realizzato da Claude Taittinger per ricordare suo padre Claude. (Nella foto, il 'protagonista' Mauro Lunelli)
Tante altre maison de Champagne potevano darmi lo spunto ma erano ormai diventate così potenti ed anche un po’ impersonali per via di nuovi padroni che con i dollari o le sterline, o altri beni terreni, avevano comperato proprietà, vigne, cantine e sapere oltre che il buon nome affermato nel mondo di raffinati gourmet e di finanzieri disposti ad investire e spendere. Quella dei Taittinger, ad esempio, era una storia un po’ diversa da quella dei Billecart-Salmon. Questi ultimi hanno ereditato la gloria, coltivando fatiche e seminato speranze, da quel Nicolas-François Billecart, che sposando nel 1818 Élisabeth Salmon, proprietaria anche lei di qualche ettaro di vigna, aveva dato origine alla dinastia che in parte resiste ancora, almeno al tempo delle mie ricerche, tanto che a dirigere il gruppo sapevo che c’era M. François Rolland-Billecart. Avevo conosciuto per caso altri rampolli della Champagne ma nessuno, tra quelli incontrati,  che mi potesse dare la misura esatta dell’immagine che mi ero fatta di un vero rampollo, che avesse, per destino o per forzata successione, ereditato dai suoi, vigna e cantina, o almeno la fama del nome e l’entratura sui mercati nazionali in primis e internazionali in seconda. Conosciuto in modo frettoloso Claude Taittinger, unico ‘clone’ credibile di un’ipotesi di rampollo classico, che aveva avuto l’idea di questo concorso internazionale per chef di alta cucina, a motivo del quale ebbi la fortuna di conoscerlo. Era la prima edizione, quella del 1967, e aveva vinto Michel Comby,  un personaggio reso famoso, a quel tempo,  per essere lo chef del celebre Ristorante ‘Lucas Carton’ di Place de la Madeleine a Parigi. Se i piatti in concorso, e soprattutto il vincente proposto da Michel, un 'Piccolo Rombo Soufflé con Mousseline di Astice', ci avevano deliziato, tuttavia mi aveva soprattutto incantato la figura nobile ma pragmatica, e di grande spessore comunicativo, di Claude Taittinger. Avrei dunque trovato in Italia un pari, o anche qualcosa in più, che non avesse la spocchia che spesso sopravanza il sapere e i nobili intendimenti di molti rampolli delle nostre dinastie vinali, da quelle secolari, alle altre più recenti rispetto alla storia delle prime?
( Nella foto, AQL con Mauro Lunelli)
Mi danno l’anima andando agli inizi degli anni settanta, per le vigne e le cantine del Trentino o del Collio, nella speranza d’incontrare il personaggio che immaginavo ci fosse tra le vigne o le cantine di alcune terre vocate per dare grandi vini. Ricordo il Conte Sigismondo Douglas Attems di Petzenstein, già Presidente e anima nobile e vivificatrice dei vignaioli del Collio, del cui Consorzio fu presidente-fondatore dal 1964.  Nella sua casa di Lucinico tra i tanti ritratti degli avi, che mi elencava uno ad uno facendomene apprezzare le gesta e la personale storia, immaginai che il Conte Douglas, da giovane avrebbe potuto incarnare l’ideale per soddisfare lo spazio mentale che mi teneva impegnato alla ricerca di un’ipotesi. Ora era stanco, e avanti nell’età questo nobile signore che aveva ereditato, oltre al tratto nobile e discreto nello stesso tempo, la cultura del fare più che del dire. Mi sopportava volentieri, e forse cercava in cuor suo di darmi una mano per scoprire qualcuno o qualcosa che non mi facesse rimpiangere la storia dei Taittinger, o quella più recente del Conte Audoin de Dampierre, che mi aveva reso felice facendomi degustare il suo Champagne, non plus ultra: la 'Cuvée de Prestige’.
Ricordo che mentre degustavamo nella sua cantina una Ribolla Gialla il  conte Douglas mi suggerì di cercare oltre i confini ristretti del Goriziano, augurandomi buona fortuna, e scuotendo la testa, mi disse: speriamo!

Ero passato e ripassato, più volte nel Trentino, in casa dei Cappelletti, principi dell’erboristeria trentina e dell’amaro Novasalus, che più amaro di così c’è solo un ipotetico amaro del demonio visto che con Novasalus…si sistemano tutti i problemi, talmente è amaro e deciso.
(Nella foto , AQL osserva interessato i 'reperti' storici che narrano la vita del Ferrari )
Il patriarca della famiglia, che abitava allora, in Piazza Fiera a Trento, con stabilimento a Ravina, poco fuori città, mi fa conoscere il titolare di un’enoteca che in città è il riferimento di appassionati e raffinati degustatori di vini. Scopro così Bruno Lunelli, eravamo sul finire degli anni sessanta. Vengo a sapere, pur avendolo già sentito mormorare tra gli amici di Milano,  che Lunelli aveva avuto la fortuna, qualche decennio prima, di rilevare da Giulio Ferrari cantina e marchio. Pochi immaginavano, allora, il grande successo, che nel volgere di meno di mezzo secolo, si sarebbe unito alla gloria e alla fama già acquista per merito di Giulio, pioniere della vinificazione che portava il nome del metodo della Champagne, già glorioso e irraggiungibile da più di qualche secolo. Avevo sentito parlare degli eredi di Bruno Lunelli che si davano un gran da fare per creare, proprio nel cuore del Trentino, un polo che fosse riferimento culturale, tecnico e professionale per dare immagine alla nostra arte o all’italico mestiere di fare vini che segnassero il crinale di uno spartiacque oltre il quale, nel futuro ci sarebbero state soddisfazioni a iosa.
D’altronde in quegli anni, in Italia, checché ne dicano i disinformati o i falsi profeti, o gli innamorati del vino contadino, tolti alcuni nomi celebri, collaudati dal tempo e dagli azzardi professionali, il resto era grigio. Traggo dai miei appunti di diario, come esempio, la cronaca di quanto avveniva a proposito di comunicazione sul vino attraverso la Tv, la radio o i media cartacei.
 (Nella foto, Mauro Lunelli con sua figlia Camilla mentre è al lavoro nell'ufficio Comunicazione e immagine del Gruppo)

“Ricordo di una trasmissione televisiva popolare, di molti anni fa, durante la quale si organizzò una gara tra bollicine italiane e francesi. Ebbene nei primi cinque o sei posti, se non ricordo male, si ‘posizionarono’, o meglio qualcuno, in modo fraudolento, posizionò, ‘piccoli’ spumanti nostrani, alcuni veramente di basso profilo, che non avrebbero meritato neanche di essere presentati, mentre Dom Perignon e altri celebri Champagne di ottima marca, e qualcuno dei nostri metodo classico di buona fattura,  furono 'ospitati' negli ultimi posti in classifica. Fu uno scandalo, per noi, non completamente digiuni del settore, e mi sentii autorizzato a telefonare al Civc di Epernay, alla Camera di Commercio Francese, alla Sopexa, per chiedere scusa, a nome, se non di tutto il ‘popolo ignaro’, almeno degli italiani preparati, che sanno anche perdere, e quindi quando è il caso sanno anche vincere, con merito, naturalmente.”
A quel tempo il  mio cruccio era di non apparire come un esterofilo o innamorato della grandeur francese, anche se avevo avuto proprio dalla Francia, e in particolare dalla terra di Champagne, oltre ad un riconoscimento come autore di testi, una grande lezione di civiltà non solo enoica ma anche agricola.
Insistendo a frequentare il Trentino, prima o poi mi doveva capitare di vedere da vicino il lavoro dei Lunelli. Conosco prima di tutto il Franco che gestiva l’enoteca e in seguito Gino, che mi sembrava l’uomo giusto per promuovere l’immagine dei Lunelli abbinato al celebre nome Ferrari. Ricordo che lo intervistai per uno dei media, per il quale lavoravo come free-lance, ed era il numero uno nel suo settore. Gino Lunelli mi ricevette nel suo ufficio di Ravina, dove s’erano trasferiti da poco, e scoprii un ramo importante di un albero a più ‘braccia’ il cui tronco aveva radici collaudate nella cultura e nella fatica del lavoro quotidiano che aveva avuto nel patriarca Bruno Lunelli il grande maestro.
Di spumante Ferrari m’era capitato di degustarne già al mio primo contatto con il Trentino, nell’enoteca dei Lunelli nel cuore della città a due passi dal Duomo. Non ebbi la fortuna o il tempo giusto di visitare il loro primo ‘covo enologico’ di Via Belenzani ch’era stata la sede del Giulio Ferrari ‘patron dello Champagne trentino’. Ricordo la prima etichetta del 'Gran Spumante Ferrari – Brut  1970 Metodo Champenois', che ho in mente di aver degustato in una solitaria bevuta in casa di amici di Trento. Non potei fare il confronto con altri spumanti metodo classico prodotti in quella splendida terra che è patria adottiva dello Chardonnay che qui ha trovato habitat adatto, ovvero l’ideale 'terroir’ per dare il massimo con l’aiuto dell’uomo vignaiolo e cantiniere. Ma la scoperta di ciò che andavo cercando doveva avvenire molto più tardi. Avevo avuto occasione di conoscere altri protagonisti del mondo vitivinicolo o enologico di altre vigne rese famose dalla passione, dall’intuito e soprattutto dall’impegno quotidiano di uomini coraggiosi che volevano sfidare i cugini d’oltralpe. Finalmente conosco Mauro, il più giovane dei Lunelli, del quale mi aveva parlato uno ricercatore dell’Istituto di San Michele all’Adige. Giovane, quel tanto che serve a distanziare, come età, la mia obsolescenza d’itinerante cronista, dalla sua fervida attività di giovane enologo, diplomato da qualche anno nello stesso Istituto Agrario. La passione e le intuite propensioni alla ricerca e alla sperimentazione pratica in vigna e in cantina, portano Mauro Lunelli a varie esperienze anche fuori dai confini della terra natia. Il suo sogno, o meglio il suo chiodo fisso, è la ricerca del massimo, o quantomeno del meglio che si potesse ottenere dalle uve Chardonnay ‘made in Trentino’. Vuole creare un suo capolavoro, dando una riposta in positivo allo strapotere delle bollicine ‘made in Champagne’.


(Nella foto, i tre fratelli Lunelli, da sinistra, Mauro, Franco e Gino, nella Cantina di Ravina di Trento)

Conoscendolo, mi sembrava l’ideale prototipo di gentiluomo di vigna e di cantina sullo stile dei grandi rampolli della Champagne. Non era necessario per me che avesse la ‘nobile patina della storicità’ dei Maillart (1720) dei quali Michel è l’ultimo, se non vado errato, tra gli eredi che discendono dal primo Maillart che la storia ci ricorda come tale Pierre Maillart (1533) che s'interessò di vigne, nel territorio dell’abbazia  di Saint Nicaise. Né tantomeno potevo ritenere Mauro Lunelli, di punto in bianco, già meritevole della stessa, storica  attenzione che avrebbe preteso l’ultimo tra gli eredi di quel Pierre Gosset che già nel 1580, cent’anni prima circa della ‘scoperta’ del metodo Champenois, elaborava vini per poi commercializzarli, trasmettendo ai suoi eredi la passione per l’enologia, tanto da cimentarsi a sperimentare la produzione dello Champagne.

Ma chi è dunque questo gentiluomo trentino che senza pretendere di essere discendente di un nobile, ultrasecolare casato, tuttavia, visto che ci interessano le sue opere attuali, Mauro Lunelli ha raggiunto in poco tempo la fama internazionale attraverso la sua 'creatura', immaginata sul finire degli anni sessanta e messa in cantiere nel 1972.
Un breve cenno dell'antefatto. Mauro Lunelli, classe 1948, a soli vent’anni si diploma in enologia presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, e con una susseguente borsa di studio ricevuta dal CNR svolge un’attività di ricerca avente per tema, l’ossidazione dei vini bianchi. Ancora San Michele all’Adige è il teatro di queste sue sperimentazioni. Ma nella sua testa si accatastano pensieri e voglie, desideri e traguardi da raggiungere. Ma chi sono io, o altre penne, per violare il segreto dei sogni di un giovane che firmerà un’opera vinale che avrà la forza e la nobile pretesa di battersi alla pari (con il segreto sogno di vincere) in una sfida con altre celebri etichette ‘made in Champagne’? Mauro Lunelli ha la consapevolezza che per far questo deve cercare tra le ipotesi che si presentano nello scenario nel quale opera e vive, fatto di vigne di Chardonnay, non piovuto dal cielo né trapiantato per merito di qualche magica deità bacchica, ma dalla intuizione di Giulio Ferrari che dalla Francia importò le pregiate barbatelle che attecchirono suggendo la linfa della madre terra trentina che somigliava, forse, per cognite e incognite risultanze, alla terra d’origine dove s'era conquistata una fama entrando nelle grandi etichette di celebri Champagne, vinificato anche in purezza.

‘Zitto zitto e quatto quatto’ – come avrebbe detto un saggio narratore di leggende agresti – azzardò l’ipotesi di creare un 'competitor' che con la sua anima liquida, frutto di ricerca, oltre che di felice intuizione, avesse potuto competere, diventando un po’ adulto, con qualche celebre Champagne.
Passano mesi di studio, di ricerca, e di un'opera solitaria per smussare i sogni, avvicinandoli, quanto più possibile, alla realtà, nel quotidiano lavoro di vigna e di cantina.
Finalmente nel 1972, annata di particolari favori meteorologici e anche di severo impegno, vinifica i grappoli di Chardonnay raccolti in una delle loro vigne, per dare vita alla sua creatura. Ovvio, ma non del tutto scontato, da’ all’opera il nome dell’antesignano delle bollicine che agli inizi del secolo aveva reso fattibile un sogno: Giulio Ferrari. Diventerà la celebre 'Riserva del Fondatore Giulio Ferrari'. Anche nelle opere ardite, gigantesche, che sono frutto dell’uomo e non solo della natura, c’è sempre la simbolica prima pietra alla quale seguiranno pietre su pietre fino ad opera ultimata.
(Nella foto, Mauro Lunelli riceve OIFB: al centro AQL, a destra il direttore tecnico e marketing di OIFB Bruno Bottura)

Assisto muto, e un po’ anche scettico, come lo sono i ‘turisti per caso’ che si trovassero di fronte alla più spettacolare opera architettonica, costruita agli albori della moderna storia dell’Uomo, ad opera  dell’architetto Senmut: ‘Il Tempio di Hatshepsut’ che sembra partorito dalla parete rocciosa che funge da sfondo. Anche in quest’opera ci fu un inizio, poco appariscente, forse, ma anticipatore dell’opera finale. Non è azzardato, né irriguardoso, dare questo paragone, ma il giovane Mauro Lunelli, nel segreto del suo ‘sapere’ e del quotidiano operare aveva in mente un ‘piccola’ opera vinale (piccola rispetto al Tempio di cui sopra) che oltre a ricordare un grande Trentino, potesse gratificare i sensi e lo spirito degli uomini nei vari continenti.
Per oltre vent’anni ho continuato a seguire le tracce, ora segrete, ora palesemente pubbliche, delle opere dei Lunelli, e in particolare quella che Mauro Lunelli ha creato, non certo per diletto, ma per vincere la sfida anche con se stesso, mettendo in campo il frutto dei suoi studi e delle sue ricerche.
(Un manifesto degli inizi del secolo scorso che reclamizzava il Ferrari, lo 'Champagne' trentino. Allora non c'erano i divieti)
Piccole, grandi, liquide opere che nell’etichetta rivelano il magico momento in cui gli ‘umori’ e i lieviti, iniziano la loro opera di trasformazione. Non tutti gli anni Mauro Lunelli mette in cantiere il suo ‘capolavoro’, conscio che non basta la volontà, il sapere, la tecnica e la summa delle esperienze, se la natura non dà una mano all’uomo vignaiolo prima, e cantiniere poi.
Ci sono state stagioni felici per il ‘terroir’ e per gli uomini che seminano sui declivi dei masi che ospitano le vigne di Chardonnay, oltre alle speranze e le quotidiane fatiche, anche una delicata e giusta ‘presunzione’ di avere in cambio il meritato premio della qualità finale.
Piuttosto che elencare le annate di Giulio Ferrari prodotte, ci pare più logico accennare alle poche che non hanno meritato di essere Giulio Ferrari. Si tratta delle seguenti annate: 1973-1977-1981-1984-1998- 2003, che non hanno soddisfatto le attese. Quindi niente Riserva del Fondatore Giulio Ferrari in coincidenza con queste annate.  D’altronde è noto che il meglio o il massimo…non è sempre disponibile.
Il mio primo incontro, emozionante per via della fama che già stava conquistando la Riserva del Fondatore, fu quando ebbi la fortuna di degustare, in un locale di amici sull’altopiano trentino, un eccezionale Giulio Ferrari datato 1980. Da allora sono andato sempre più alla ricerca di conoscere meglio per comprendere l’autore. Sappiamo che poco può interessare al lettore di un romanzo celebre o alla moda, o che sia diventato un ‘bestseller’ cosa fa e come vive, o dove scrive e con che mezzo tecnico redige i capitoli della sua opera, l'autore scelto e preferito. 
Non sentendoci lettori qualunque, con Mauro Lunelli vogliamo andare alla scoperta dei suoi piccoli segreti e delle sue passioni professionali. Dal 1970, diventa responsabile della produzione e della qualità della Cantina di Casa Lunelli, non limitandosi al 'progetto' Giulio Ferrari. Ha firmato e firma gli altri suoi capolavori, ‘minori’ rispetto al capolavoro principe ma pur sempre bollicine di razza pronte a competere nel mondo. Non si dice d’altronde che ‘ubi maior…minor). Sono altri capolavori; la risposta per le moderne esigenze del degustatore che in sintonia con i nuovi stili di vita, vuole, potendolo, bere il meglio, se non è possibile, giorno dopo giorno, bere il massimo. Non parliamo per non doverci dilungare oltre, delle altre sei celebri etichette,preferendo accennarne soltanto i nomi: Ferrari Brut, Ferrari Maximum Brut, Ferrari Rosé, Ferrari Demi-Sec, Ferrari Perlé, Ferrari Perlé Rosé. Ferrari Maximum Demi-Sec
Avrò incontrato almeno un centinaio di volte le bollicine Ferrari, nel mio itinerante mestiere di ‘osservatore’. Molte volte ne ho scritto. Tante volte le ho suggerite agli amici che conoscendo la mia passione per i vignaioli della Champagne, mi giudicavano un po’ ‘traditore’, come se fidanzandosi con l’Antonia,  poi non si fosse in grado di apprezzare un’altra bellezza muliebre, magari preferendola perché migliore. Ho sempre pensato e scritto che ogni nuova scoperta che sopravanza per coinvolgimento, intrigo, importanza e soprattutto interesse e qualità, ciò che prima avevi creduto impossibile superare, è importante per accrescere il proprio sapere e le proprie capacità di osservazione.
(Nella foto, da sinistra, Franco Lunelli, il nostro direttore AQL e Mauro Lunelli, nella sede di Ravina)

Se Ferrari, per un lungo periodo di silenziosa e cauta ammirazione, era diventato, per me, lo spumante idealmente all’altezza di competere con alcuni tra gli ottimi o grandi Champagne, era Mauro Lunelli ad essere diventato oggetto delle mie attenzioni professionali, in quanto potevo finalmente immaginarlo come ‘rampollo’ ideale che potesse soddisfare appieno la mia ricerca di un 'prototipo' che fosse alla pari o quasi, o magari migliore, di altri conosciuti a Reims o a Epernay. Avevo accennato ad un clone, perché avrei accettato anche che fosse una nobile ‘copia’ di qualche altro ‘professionista’ di vigna e cantina, che mi aveva entusiasmato sul finire degli anni sessanta, quando ebbi la fortuna d'incontrarlo nelle favolose cantine della Champagne nelle quali traspiravano virtualmente i nobili umori delle bollicine che avevano nomi celebri e celebrati.
Non posso dimenticare i vari profeti della rifermentazione in bottiglia che si chiamavano Jean-Noël Haton o Thierry Gobilard, Dominique Faoulon o Jean-François Barot, e tanti altri che avevo conosciuto in terra di Francia.
A prima vista, quando incontro, ufficialmente,  sul finire degli anni ottanta, Mauro Lunelli, con la sua figura, quasi mitteleuropea, sono i suoi baffetti in stile hollywoodiano a darmi la misura della sua immagine. Mi ricordavano, per un attimo e con un po’ di esagerata collocazione, uno o forse tutti due i personaggi-interpreti del film “To please a lady’ diretto  da Clarence Brown. Ognuno con uno stile e un fascino particolari, ma avevano in comune due ‘accattivanti’ baffetti. Piccole appendici estetiche che facevano di Adolphe Menjou e Glark Gable due simpatici rubacuori che facevano ululare di felicità, spesso repressa, le giovani spettatrici. Più tardi sia Gable sia Menjou avrebbero cambiato, se non la forma, certamente la corposità del taglio dei loro baffetti. (Nella foto, Mauro Lunelli spiega la sua 'creatura' in occasione di un'interessante degustazione verticale nella quale sono stati testati ben sette 'Riserva del Fondatore Giulio Ferrari' delle annate 1978-1982-1983-1985-1988-1990-1992, che hanno riscosso un grande successo da parte della stampa anche internazionale)
Mauro Lunelli, mi appare nella sua autenticità e scopro le valenze positive di uomo colto quel tanto che basta per essere all’altezza del ruolo anche di comunicatore d’immagine dell’azienda che ormai spopola nel mondo. Enologo provetto, studioso non solo dell’anima liquida dei suoi capolavori vinali ma anche delle problematiche che governano il prodotto nel suo iter dalla cantina al calice del potenziale, raffinato degustatore. Ma prima di scrivere di lui, spero rendendomi degno di tanta fortuna, ho voluto rimanere in attesa per molti anni, nella speranza di cogliere quanti più lati possibili della sua personalità professionale e umana.
Poi ho la fortuna di essere per più volte ospite dei Lunelli, sia in vigna sia in cantina. Sarà proprio mentre ritraggo Mauro tra i filari di ‘Maso Pianizza’, che ammira, accarezzandoli, i pregiati grappoli di Chardonnay, materia prima nobile e nobilitante, per la sua creatura, che si disvela l’uomo, il poeta della vinificazione che diventa arte, il pragmatico professionista che indulge ad un 'classicismo' che è per me traccia ideale per capire di lui molto, di là delle esteriorità più apparenti.

“Per Bacco - mi dico – Ho trovato  non il clone ma l’originale di un ‘rampollo’ moderno, attuale come attuali sono i suoi capolavori che, pur avendo un po' di storia e fascino collaudati dal tempo, non presentano neanche un invisibile velo di ‘ossidazione’ che generalmente la storia utilizza per vestire le memorie  e il passato.
Che dire ancora di lui, se in coscienza dovrei trasformare la mia mediocre cronaca, in epopea da lasciare come traccia ai posteri. Ma si può chiedere ad altri di tracciare sui fogli, al tuo posto, le impressioni, le emozioni e soprattutto la felicità di una tua scoperta? (Nella foto, Mauro Lunelli 'accarezza' i grappoli di Chardonnay della vigna di Maso Pianizza) 
Dopo che ho scoperto, forse anche i segreti professionali del successo, sussurro sottovoce: "si vantino pure i vignaioli o i cantinieri de la ‘Montaigne dei Reims’ o della ‘Cote de Epernay’ o delle altre splendide zone della Champagne, di aver portato in mostra sulle tavole dei grandi del mondo, i loro capolavori. Mauro Lunelli, insieme ai suoi fratelli ed eredi, possono vantarsi con meno ‘grandeur’ ma più attuale sostanza di aver fatto 'bere alto' principi e regnanti, divi internazionali e premi nobel, potenti signori delle arti, dei mestieri, delle professioni, dello sport e della politica internazionale, oltre a milioni di raffinati gourmet in giro per il mondo. Un grande successo per le loro bollicine, che di antico hanno il nome del Fondatore Giulio Ferrari, ma che hanno un anima attuale creata, realizzando un sogno, da un nostro maestro di cantina che, pur non snobbando la Cattedrale di Reims si accontenta del Duomo di Trento per rendere grazia a Dio e alla natura benigna che fa dei profili vitati del Trentino moderno la patria adottiva dello Chardonnay, che si sente talmente bene nella nuova patria che non vorrebbe mai più tornare alle origini.
Se non fossi che un'umile itinerante penna che ha consumato stagioni di vita, andando di vigna in vigna, di cantina in cantina, per i vari angoli del mondo vitato, ma fossi un poeta credibile e giustamente ascoltato, vorrei cantare le lodi di questo Giulio Ferrari, che nell’ultima Verticale di Milano di un anno fa mi ha confermato ciò che immaginavo, quando per la prima volta, nei primi anni settanta, degustai, ospite di amici trentini la mia prima bottiglia di un normale Ferrari.
(Un test in diretta: Mauro Lunelli ci fa degustare un Ferrari Perlé)
Avevo tracciato nel mio diario dei brevi appunti che voglio ricordare e ricordarmi prima di espormi in un giudizio sul Giulio Ferrari, indipendentemente dal suo millesimo.
“Tralascio i termini, alcuni severi codificatori di valenze organolettiche, altri frutto di poetiche fantasie di cultori del bere alto, altri talmente labili che sono percepiti solo da olfatto e papille altamente attrezzati per intercettare ogni minima sensazione. Ma sono veramente molti i riferimenti, non solo simbolici, per descrivere le risposte organolettiche, anche le più nascoste se non virtuali. Colore, profumo e sapore, trovano in centinaia di definizioni la loro esaltazione che viene spesso, con nobile presunzione, anticipata dal singolo produttore come elemento vincente della sua opera vinale.
Ci sarà mai, mi chiedo, un comune sentire tra produzione, tecnici, professionisti della vinificazione, maestri di vigna e di cantina, maghi della cuvée, ristoratori, mescitori e consumatori finali, oppure ognuno cercherà di esprimere, e quindi di affermare, un suo personalissimo e anarchico giudizio su di un vino, specie se si ritiene un capolavoro dell’uomo e della natura?”
A proposito del 'Riserva del Fondatore Giulio Ferrari', Mauro Lunelli, sognando e poi attuando quel suo progetto o sogno, non entra in contraddizione con Leonardo da Vinci che affermava: "Chi non può quel che vuol, quel che può voglia/Che quel che non si può, folle è il volere/Adunque saggio è l’uomo da tenere,/Che da quel che non può, suo voler voglia.)
(Nella foto, Mauro Lunelli in Cantina mentre osserva una bottiglia di Ferrari, in attesa del degorgment)
Grazie Mauro, per questo tuo capolavoro che senza vantare i tanti successi, avuti in competizioni ultime o passate, nelle quale si batté spesso vincente, con celebri e celebrate bollicine non solo d’Oltralpe, hai regalato al mondo un capolavoro che si rese possibile perché al tuo volere, al sapere che acquisisti nel tempo dello studio e delle ricerche, desti generosa e fors’anche fortunata mano alla ‘natura’ benigna, per darci nuova testimonianza di ciò che l’uomo può creare per essere delizia di oggi e per i giorni futuri.
Ora sono davanti ad una bottiglia di Giulio Ferrari e rifletto. Mentre ne ammiro la regale semplicità del look, che può ispirare anche i poeti del packaging, le goccioline scivolano lungo la spalla del vetro che tiene prigioniere queste bollicine che attendono di mostrarsi e recare felicità ai sensi dell’uomo degustatore.  Il suo colore che vira tra il paglierino e il luminoso dorato, non altera il brillante che all’aspetto si rivela, mentre, oltre la trasparenza del vetro, il sottile, persistente e silenzioso perlage canta l’inno della liberazione e vola con apparente 'gioiosità' verso l’alto. Arriccio il naso condizionando le narici, che non devono ostacolare il piacere dei profumi che si annunciano intensi ma di elevata finezza, che formano un ‘unicum’ nel quale però la mela matura di buona specie e di fresco stacco dal ramo che l’ha generata, vola verso le vie olfattive per dare grazia e intrigare l’insieme dei sensi. Ma altri sono i profumi che si annidano e che disvelano uno ad uno il loro valore giungendo a farsi discernere e apprezzare. I frutti esotici, caldi ma freschi nella loro valenza qualitativa, combinano  matrimoni immediati senza compromissione con la crosta del pane, poi una piacevole vena mielosa titilla e accarezza le narici che scoprono anche i suntuosi aromi di erbe colte nel fresco del mattino. (Nella foto, il 'capolavoro' pronto per andare sulla tavole più prestigiose del mondo) 
Ma è l’apparato gustativo che deve dire la sua per dar sentenza nell’uno o nell’altro senso. Sulle prime il gusto è morbido, quasi che voglia accarezzare il palato per ruffiane considerazioni ma rivela personalità e forza che poi volge in freschezza. Sapido e sincero si prolunga in un ‘caloroso’ finale che dà l’idea di bollicine di razza che rare s'incontrano nel mare magnum della rifermentazione in bottiglia. Il perfetto equilibrio tra struttura, profumi, piacevolezze gustative e alcol, fanno del 'Riserva del Fondatore Giulio Ferrari' un ambasciatore ufficiale del ‘Made in Italy’ in rappresentanza delle bollicine di altissima gamma che nulla hanno da invidiare alle bollicine di storiche cantine di Francia…senza dover accennare per forza,  a confronti recenti finiti in pareggi e vittorie conseguite in competizione con le più blasonate etichette di Champagne.
Garcia Lorca, nella sua lirica 'Canzone Orientale', così cantava: "Le viti sono la lussuria/che si coagula d'estate/ e che la Chiesa spreme/ per il santo liquore benedetto". Noi ci limitamo a dire che "preziosi grappoli di Chardonnay, che il tempo ha maturato nella vigna di Maso Pianizza, Mauro Lunelli, in stagione buona o fortunata, con amore li fa cogliere qual frutto prezioso e raro per trasformarlo, complici il tempo, i lieviti, la magistrale arte del 'maestro di cantina' che Mauro incarna da 'principe' accorto e severo, in un delizioso, intrigante e coinvolgente nettare che ha nome 'Giulio Ferrari'. Nettare che fa sognare gli umani, fortunati degustatori, facendo invidia agli dei del Parnaso".
Grazie dunque a Mauro Lunelli, e via via agli altri, come Bruno Lunelli e Giulio Ferrari, storici protagonisti, e a tutti coloro che oggi, nella Cantina Ferrari di Ravina di Trento, collaborano per rendere sempre più grande il prestigio già immenso che il binomio Ferrari-Lunelli ha già acquisito. Grazie per questa grande eredità che tramandate ai posteri per rendere grazia a Dio e ai protagonisti delle quotidiane fatiche che in vigna e in cantina mettono passione e meticolose attenzioni.